L'identità del bambino con le mani alzate sulla destra non è nota con certezza. L'ipotesi sono attualmente tre: 1) Artur Siemiatek; 2) Tsvi Nussbaum; 3) Levi Zelinwarger. La prima è la più probabile perché una donna polacca, Jadwiga Piesecka, e suo marito Henryk Piasecki in due dichiarazioni — firmate rispettivamente il 24.01.1977 e 28.12.1978 — danno al bambino l'identità di Artur Siemiatek, figlio di Leon Siemiatek e Sara Dab. Il ragazzino aveva otto anni essendo nato a Lowicz nel 1935. La fine della famiglia Siemiatek non è nota. Tsvi Nussbaum asserisce di essere il bambino nella foto, ma lui fu arrestato il 13 Luglio 1943 fuori dal ghetto (ormai liquidato da tre mesi); comunque il raffronto fra l'immagine del bimbo ed una sua del 1945 è abbastanza somigliante. Infine nel 1999 Avrahim Zelinwarger, allora 95enne, disse che quel bambino era suo figlio Levi (11 anni) e la donna a sinistra la moglie Chana. L'uomo ritiene che i suoi congiunti insieme alla figlia Irina (9 anni) siano periti in un campo di concentramento nel 1943.

 

Hanka Lamet nata nel 1937 a Varsavia fu gasata a Majdanek; probabilmente anche sua madre Matylda Lamet Goldfinger fece la stessa fine.

 

Il ragazzo con il sacco bianco sulla spalla è stato identificato da sua sorella, Hana Ichengrin, come Leo Kartuzinsky.

 

La donna con la mano alzata davanti ad un soldato tedesco è identificata dalla nipote Golda Shulkes,come Golda Stavarowski.

 

Il destino di quest'ultime due persone non è noto, ma con tutta probabilità sono stati deportati e uccisi.

 

Il soldato tedesco che punta il suo fucile verso il bambino è stato poi identificato come Joseph Blösche. Era un Rottenführer (caporale) delle SS "responsabile" del ponte di legno che divideva i due settori del ghetto di Varsavia |mappa|. Talvolta sparava senza preavviso alle persone che attraversavano il ponte; spesso abbatteva — con la sua pistola mitragliatrice MP18.1 — i bambini che si avvicinavano troppo al muro sottostante. Per quella mostruosa peculiarità e il suo sadismo si guadagnò il soprannome di ‘Frankenstein’. Blösche (nato il 05.02.1912) entrò nei servizi segreti delle SS (Sicherheitsdienst der SS) nel 1938 e si occupò di retate e stermini nella Polonia occupata. Per la distruzione del ghetto ottenne una croce di merito di seconda classe. Invece non partecipò alla successiva repressione della rivolta di Varsavia — dall'Agosto all'Ottobre 1944 — perché venne trasferito all'estremo ovest della città dove non c'erano combattimenti. L'inverno lo passò a Levoca combattendo contro i partigiani che si nascondevano nei boschi e nelle montagne. Nell'Aprile 1945 da Zilina (Slovacchia) raggiunse  il vicino confine polacco; l'Armata stava dilagando e Blösche come molte altre SS cercò di farsi passare da civile sfollato. Ad inizio Maggio cadde in mano sovietica presso Ostrau in Moravia. Come prigioniero di guerra fu trasferito a piedi verso Vienna, poi a Giugno in treno verso Sighetu Marmatiei (un campo di transito in Romania). Da lì passò per Mosca, Dnipropetrowsk (Ucraina) ed infine Kirawobad in Azerbaijan. Insieme agli altri prigionieri di guerra venne impiegato nella costruzione di strade e nell'industria mineraria. Il 6 Agosto 1946 rimase gravemente sfigurato dall'esplosione di una mina e stette ricoverato in ospedale fino al Giugno 1947, quando gli fu concesso di tornare a casa. Dal 20 Gennaio 1948 lavorò in una miniera nella regione della Turingia, territorio tedesco sotto occupazione sovietica. In seguito Blösche, che nel frattempo si sposò ed ebbe due figli, visse senza essere riconosciuto; anche per questo non sentì l'esigenza di cambiare nome. In ogni caso non accennò mai i suoi trascorsi passati. Nel 1961 un ex SS sotto processo per crimini di guerra ad Amburgo collegò Blösche alle atrocità commesse a Varsavia. Nel Maggio 1965 la corte distrettuale di Amburgo emise un mandato di arresto contro di lui. Nell'Aprile 1966 il fascicolo venne trasferito dall'ufficio della pubblica accusa di Amburgo all'autorità della DDR (la Germania Est). L'11 Gennaio 1967 Blösche fu arrestato dalla Stasi e tradotto in prigione. Il processo iniziò nel Marzo 1969 presso il tribunale di Erfurt in Turingia; l'accuse erano di crimini di guerra e contro l'umanità. Dieci superstiti del ghetto di Varsavia ebbero problemi ad identificarlo per le cicatrici in faccia, ma quella famosa foto dell'Aprile 1943 fu sufficiente ad inchiodarlo. Il 30 Aprile il tribunale lo riconobbe colpevole della deportazione di circa 300.000 persone e dell'uccisione di almeno 2000 per sua stessa mano. Questi eccidi di massa li aveva perpetrati quando era nel Einsatzkommando 8 e nella Sipo Warschau (la polizia di sicurezza di Varsavia). In particolare il 19.04.1943 le SS massacrarono 600 persone nel Ghetto e lo stesso Blösche sparò ad almeno 75. Secondo quanto previsto dal codice penale della DDR la pena per questi crimini era la morte. Il condannato fu trasferito nella prigione statale di Lipsia. L'esecuzione avvenne il 29 Luglio 1969 nello stesso modo che Blösche preferiva a suo tempo: colpo alla nuca. Il cadavere fu poi cremato e le ceneri sepolte in maniera anonima nel cimitero cittadino. Jürgen Stroop nei giorni seguenti alla liquidazione del ghetto compilò un meticoloso rapporto di 75 pagine e 49 foto intitolato “Il ghetto di Varsavia non esiste più”. Dell'album fotografico ne furono fatte tre copie, di cui una tenuta da Stroop. Arrestato nel Maggio 1945 dagli americani fu processato da un tribunale militare a Dachau. Il suo rapporto fu usato al processo di Norimberga come inoppugnabile prova dei crimini commessi ai danni degli ebrei durante l'occupazione nazista di Varsavia. Stroop fu condannato a morte il 21.03.1947 per l'uccisione di alcuni aviatori americani. Prima dell'esecuzione fu estradato in Polonia e processato per i crimini commessi durante la liquidazione del ghetto. La sentenza fu pronunciata il 18.07.1951 ed eseguita il 06.03.1952 per impiccagione proprio dove sorgeva il ghetto di Varsavia.

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Edward Adrian Wilson nato il 23.07.1872 era un medico con la passione per l'ornitologia; partecipò alla prima missione in Antartide di Scott nel 1901-04 (la “Discovery”). Lo seguì anche nella successiva missione (la “Terra Nova”). Il 02.11.1911 partì con Scott e undici compagni da Hut Point sull'isola di Ross verso il polo Sud. Il 04.01.1912 Scott l'aggregò nel gruppo che avrebbe raggiunto i 90°00'; ciò avvenne il 18 Gennaio ma Roald Amundsen li aveva proceduti di trentuno giorni. La via del ritorno fu caratterizzata da un freddo inusuale, fatica, carenza di cibo, la luce accecante del Sole che non tramontava, violente bufere di vento, superficie su cui la slitta non scorreva. Il 29 Marzo erano rimasti in tre e si trovavano da nove giorni inchiodati nella tenda a circa 18 km dall'One Ton Depot, un grande deposito di cibo allestito. La morte sopraggiunse probabilmente lo stesso giorno per assideramento. Il successivo 12 Novembre la squadra di ricerca trovò la tenda di Scott: il corpo di Wilson era dentro il suo sacco a pelo con la zip chiusa fino in cima. Anche il suo corpo fu sepolto dentro la tenda con quelli dei due compagni. Sul luogo della sepoltura, un cumulo di neve, fu posta una 'X' composta con degli sci incrociati. Robert Falcon Scott (nato il 06.06.1868) giunse al polo Sud insieme ai quattro compagni il 18 Gennaio 1912, ma con trentuno giorni di ritardo sul rivale Roald Amundsen. Il 29 Marzo scrisse l'ultima annotazione sul diario mentre era nella piccola tenda squassata da vènti violentissimi ad almeno 50 °C sottozero. Probabilmente la morte sopraggiunse il 29 o 30 Marzo. La spedizione di soccorso arrivò sul posto il successivo 12 Novembre. Il sacco a pelo di Scott era aperto ed il suo braccio destro cingeva Wilson. Lawrence Titus Oates nato il 17.03.1880 partecipò solo alla spedizione del 1910. Anche lui come Wilson, Bowers, Evans era stato scelto il 04.01.1912 per il gruppo che doveva raggiungere il polo Sud. La traversata fu un vero calvario, a Oates gli si congelò un piede: lo doveva tenere fuori dal sacco a pelo per evitare dolori lancinanti se gli si fosse scongelato. Il gruppo avanzava molto lentamente perché Scott non voleva lasciare nessuno indietro. Oates si accorse che le sue condizioni sempre peggiori potevano mettere a repentaglio le flebili speranze di salvezza dei tre compagni rimasti (Evans era morto il 17 Febbraio). A 49 km circa dal deposito, la mattina del 17 Marzo Oates si svegliò e dopo aver detto «Io esco, ma può darsi che resti via per un po'» uscì dalla tenda e s'avviò nella tormenta. I suoi compagni avanzarono fino a 18 km dall'One Ton Depot prima di essere inchiodati da una violentissima tempesta. La morte arrivò per congelamento il 29 o 30 Marzo dopo almeno nove giorni di impotente attesa. Edgar Evans nacque nel 1876, nel 1899 si trovava a bordo della Majestic dove Ross era tenente di vascello. Evans partecipò alle missioni del 1901-04 e quella del 1910. Insieme a Scott e tre compagni raggiunse il polo Sud il 18.01.1912, ma Amundsen era già arrivato (esattamente il 14.12.1911). Nel tragitto di ritorno le sue condizioni fisiche e mentali peggiorarono rapidamente; gli si congelarono il naso e le dita. Il 17 Febbraio ebbe un collasso mentre marciava ormai stremato tanto che riusciva a procedere solo a carponi. Subito soccorso dai compagni era già in coma quando fu portato in tenda; morì in serata e fu sepolto nei paraggi. Henry Robertson Bowers nato nel 1883 come già ricordato faceva parte del gruppo d'assalto al Polo. Il 29 Marzo 1912, a meno di 18 km dal deposito e 238 dalla base di Hut Point, Evans si trovava con Scott e Wilson in una tenda nel mezzo di una bufera di vento e neve. Erano lì da almeno nove giorni e ormai il freddo intenso, la fame, il congelamento, lo scorbuto, la fatica li avevano stroncati. La morte sopraggiunse probabilmente il 29 Marzo, giorno dell'ultima annotazione di Scott sul suo diario. Una missione di soccorso trovò la tenda il successivo 12 Novembre. Evans era ancora nel suo sacco a pelo, completamente congelato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'uomo con la pistola è Giovanni Schiavone, agente di Pubblica Sicurezza in forza alla squadra mobile di Roma. Il poliziotto si era travestito da manifestante (maglia a righe, jeans, capelloni e tascapane). Per saperne di più su quel 12 Maggio 1977 a Roma clicca qui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il ragazzo (allora 18enne) che fugge è Walter Grecchi, studente dell'istituto tecnico commerciale “Carlo Cattaneo”. Quel giorno i ragazzi, militanti in Autonomia Operaia, protestavano contro l'arresto degli avvocati di Soccorso Rosso; due giorni prima a Roma era stata uccisa Giorgiana Masi. Quel gruppo di ragazzi faceva da "supporto", praticamente era il loro battesimo di fuoco. Fra questi, Marco Barone, uno studente 18enne sembra che custodisse il borsone delle armi; nel 1980 creò la Brigata XXVIII Marzo” che il successivo 28 Maggio uccise a Milano il giornalista Walter Tobagi |leggi anche qui|. Il 27 Giugno 1991 Barone fu condannato in maniera definitiva a un anno e due mesi di reclusione per il suo coinvolgimento negli incidenti di via De Amicis. Per motivi procedurali ed il fatto che si era precedentemente pentito non ha scontato la condanna. Grecchi gettò una molotov che mancò per poco Memeo, ma non sparò alcun colpo di pistola: non l'aveva. Una settimana dopo il gruppo ripreso nelle foto fu arrestato dalla polizia. Nel primo processo terminato nel 1982 Grecchi fu condannato a 14 anni per concorso in omicidio con ignoti. Ne scontò tre e mezzo poi scappò in Francia; nel 1990 chiese la grazia che gli fu respinta. Intanto il 31 Ottobre 1989 fu perquisita la casa di un fotografo, Antonio Conti, che in quel tragico pomeriggio si trovava dal lato opposto della strada seminascosto da un albero. Vennero così rinvenuti trenta negativi, che uniti a quelli dei tre fotografi presenti sul posto permisero di individuare ogni persona e di attribuirne la responsabilità. Il 26 Agosto 2007 l'uomo in un'intervista a Repubblica ha annunciato l'intenzione di richiedere la grazia al Presidente della Repubblica. In ogni caso è inserito nella lista dei 14 "superlatitanti" per cui l'Italia chiede l'estradizione alla Francia.  Il ragazzo che fugge sulla sinistra è Massimo Sandrini; arrestato insieme a Grecchi e Azzolini fu condannato per concorso in omicidio con ignoti.  Il ragazzo sulla destra che punta a due mani una Beretta calibro 22 ad altezza d'uomo è Walter Azzolini. Solo nel 1987 si seppe che quel pomeriggio a Milano c'erano altre tre 7,65: nelle mani dei "dirigenti" Marco Ferrandi e Enrico Pasini Gatti; l'altra non fu mai ritrovata. L'assassino di Custra dovrebbe essere stato Marco Ferrandi, lo ipotizzò lui stesso perché ritenne che Gatti sparò solo in aria. Comunque nel processo dichiarò di aver sparato due colpi senza mirare. La figura di un dimostrante in passamontagna con le gambe divaricate e le braccia tese a impugnare con ambo le mani una calibro 22 contro la polizia è Giuseppe Memeo. L'allora 18enne era un esponente di “Autonomia operaia” e un dirigente dei Proletari Armati per il Comunismo (PAC). Nel 1979 uccise un orefice, un agente della Digos e mandò sulla sedia a rotelle un adolescente. Giuseppe Memeo lavora al “Poiesis”, il centro del gruppo Exodus per la cura dell’Aids. Il racconto di ciò che successe quel 14 Maggio 1977 a Milano è a questo LINK, dove c'è anche l'intervista alla persona che uccise Antonio Custra. L'agente 25enne morì dopo un giorno di coma, era sposato da poco più di sei mesi e sua figlia nacque il 1° Luglio 1977. Paolo Pedrizzetti fece in tempo a nascondersi in un androne e salire all'ultimo piano; poi consegnò il rullino ai giornali e alla polizia. Paola Saracini, che era vicino a Pedrizzetti, non ce la fece a scappare e dovette aprire la sua macchina fotografica sotto la minaccia della pistola puntata da Memeo. Un altro fotografo, Marco Bini, scattò molte foto; ma pochi giorni dopo venne minacciato pesantemente e gli furono portati via i rullini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Emanuela Setti Carraro nacque a Milano nel 1950, si diplomò infermiera all'ospedale “Principessa Iolanda”. La donna si sposò con Carlo Albero Dalla Chiesa il 10 Luglio 1982 a Ivano Fracena (Trento). Alle 21 di venerdì 3 Settembre, la donna si mise alla guida di un'A112; accanto gli sedeva il marito. L'agente della Polizia di Stato addetto alla scorta, Domenico Russo, li seguì con l'Alfetta di servizio non blindata. Le due macchine uscirono da Villa Withaker, sede della Prefettura; Dalla Chiesa aveva prenotato in un ristorante di Mondello, ma per depistare chi probabilmente lo controllava avrebbe poi cenato a casa. Come dichiarato da un finanziere, amico di Domenico Russo, appena le macchine superarono la caserma della Finanza in piazza Sturzo, una moto Suzuki con due giovani si affiancò al lato destro dell'Alfetta. Poi da piazzetta Nascè, altre due automobili (una Bmw 520 ed una Fiat 132 entrambe rubate) partirono dal lato destro per immettersi in via Isidoro Carini, che è il prolungamento della piazzetta. L'agguato era stato meticolosamente preparato in ogni dettaglio dopo giorni e giorni di appostamenti. Il passeggero sulla sella della moto sparò con un Kalashnikov verso Domenico Russo, l'Alfetta  priva di controllo si schiantò sulle macchine in sosta; l'agente di scorta rimase agonizzante sul volante. Intanto la Bmw affiancò da destra l'A112, il passeggero davanti sparò dal suo finestrino sempre con un Kalashnikov. Forse colpita, Emanuela Setti Carraro perse il controllo e si schiantò contro un auto in sosta. Subito dopo si scatenò un inferno di fuoco: decine di colpi provenienti da più direzioni crivellarono l'A112 e i loro occupanti. Comunque un killer scese e sparò un colpo di grazia alla testa ai due, probabilmente morti all'istante. La mattina dopo sempre in via Carini comparve un cartello con la scritta: Qui è morta la speranza dei palermitani onesti; l'autore/autrice è tuttora sconosciuto/a. Già l'indomani pomeriggio nella chiesa di San Domenico si tennero i funerali di Stato; il rito fu officiato da Salvatore Pappalardo, arcivescovo di Palermo dal 1970. Il Parlamento italiano approvò la cosiddetta legge Rognoni-La Torre il 13 Settembre; praticamente vennero configurati sia il reato di associazione mafiosa che la misura di confisca dei beni appartenenti ai mafiosi. Pio La Torre aveva presentato il disegno di legge in Parlamento ad inizio 1982. Fino alla legge Rognoni-La Torre poteva essere applicato solo l'articolo 416 del Codice penale; poi finalmente venne anche il 416 bis. Domenico Russo fu subito operato alla testa; ma sprofondò in uno stato di coma irreversibile. Dopo tredici giorni di agonia spirò alle 10:20 del 15 Settembre all'ospedale “Villa Sofia”. L'agente scelto era nato a Santa Maria Capua Vetere (Caserta) il 27.12.1950, prestava servizio in polizia da 13 anni; lasciò la moglie e un figlio piccolo. Il comitato interministeriale (costituito dal Presidente del Consiglio Spadolini, dal ministro dell'Interno Rognoni, Formica, Di Giesi e Altissimo) il 26 Marzo nominò Carlo Alberto Dalla Chiesa prefetto di Palermo. Il comandante dei carabinieri arrivò a Palermo il 2 Maggio, tre giorni dopo l'assassinio di Pio La Torre. La sua battaglia contro la mafia non ebbe mai inizio per mancanza di poteri, mezzi e personale da parte dello Stato. Il servizio di scorta rimase sempre ridotto al minimo; spesso Dalla Chiesa rimaneva solo in Prefettura. Il 10 Agosto rilasciò a Giorgio Bocca di Repubblica la sua prima ed ultima intervista; al giornalista denunciò il suo isolamento, la mancata attribuzione dei poteri promessi, i sospetti sugli intrecci mafia-politica. Qualche giorno dopo la Cupola di Cosa Nostra decise di eliminare il prefetto. Al 31 Agosto i morti ammazzati a Palermo superarono quota 100. Rognoni dichiarò in seguito di aver fissato proprio per il 3 Settembre una riunione dei prefetti per conferire a Dalla Chiesa questi poteri; tale riunione fu rimandata al 7 per un impegno in sede europea del ministro. Tornando a quella fatale sera d'inizio Settembre, Dalla Chiesa fece appena in tempo a fare da scudo alla moglie poi arrivarono i colpi, mortali anche se la macchina fosse stata blindata. Infatti l'AK-47 Kalashnikov, soprannominato da Nino Madonia il ‘pocket coffee’, era/è in grado di forare una vetrina corazzata. I sicari di Cosa Nostra, precisamente i Corleonesi, usarono l'AK-47 per la prima volta contro Stefano Bontate, il ‘Principe di Villagrazia’, capo dell'influente famiglia di Santa Maria di Gesù. Dal 1978, con lo scoppio della seconda guerra di mafia, si erano rotti gli equilibri nelle famiglie mafiose di Palermo. Bontate cercò di far uccidere Salvatore Riina nonostante che la Cupola, guidata da Michele Greco, non avesse dato l'assenso. Violare una di queste regole di Cosa Nostra, cioè cercare di uccidere un uomo d'onore senza permesso, prevedeva la morte anche per tutti gli altri partecipanti al complotto. Gli infiltrati dai Corleonesi nel "feudo" fecero depistare i tentativi di uccidere Riina, questi aspettò solo il momento giusto. Il 22 Aprile 1981 arrivò la battuta, cioè l'ultima informazione per i sicari: Bontate la sera dopo avrebbe festeggiato il compleanno da un'"altra parte", cioè fuori casa. I killer che alloggiavano in un appartamento vicino prepararono le armi: due fucili calibro 12 caricati a lupara e due Ak-47 procurati dai catanesi di Nitto’ Santapaola. Verso le 20:30 Bontate si fermò al semaforo fra via Aloja e viale Regione Siciliana; era a bordo della fiammante Giulietta 2000 super con targa di prova, un suo uomo a bordo di una 127 era già passato come battistrada. All'improvviso due killer con il casco lo affiancarono da sinistra esplodendogli contro l'AK-47 e la lupara. Bontate si allungò per prendere la pistola, ma i colpi lo raggiunsero uccidendolo all'istante e rendendolo irriconoscibile. Il secondo nella lista dei Corleonesi era Salvatore Inzerillo, capo della famiglia di Passo di Rigano, alleato di Bontate. ‘Totuccio’ credeva di essere al sicuro nella sua borgata, comunque si comprò un'Alfetta 2000 blindata. La notte del 9 Maggio Scarpuzzedda e Lucchese provarono l'AK-47 sulle vetrate della gioielleria Contino di via Libertà; i devastanti proiettili 7,62 Russian superarono l'"esame": sicuramente avrebbero perforato la carrozzeria blindata. Comunque il secondo caricatore non poté essere usato perché sopraggiunsero dei metronotte. Nacque un conflitto a fuoco dove Scarpuzzedda fu colpito ma senza riportare danni perché indossava un giubbetto antiproiettile... Il mattino dell'11 Maggio i sicari si appostarono dentro  un furgone rubato e lo parcheggiarono vicino all'auto blindata di Totuccio, che ignaro e tranquillo era andato dall'amante. Alle 11:50 l'uomo uscì in strada, prese le chiavi in mano e quando s'avvicinò alla macchina Scarpuzzedda e Lucchese lo falciarono con i micidiali fucili mitragliatori. Preso alla sprovvista il capo-mandamento non fece in tempo a prendere la sua 357 Magnum che teneva addosso. Infine per non concedere il funerale a bara aperta gli fu esploso un colpo di lupara in faccia. In quella sera del Settembre 1982, il killer che aveva colpito Domenico Russo, Scarpuzzedda, scese dalla moto e sparò una raffica al volto di Dalla Chiesa solo per sfigurarlo. Dice che il giovane sicario in seguito venne quasi alle mani con Antonino Madonia, colui che effettivamente sparò all'A 112. A suo dire gli era stato tolto l'onore di uccidere il generale e per di più una sventagliata di colpi l'aveva sfiorato. Come succedeva per i delitti di mafia le moto e le auto usate furono date alle fiamme per cancellare ogni indizio. Intanto investigatori del Sisde si presentarono a Villa Payno, residenza del prefetto, dicendo di dover prendere alcune lenzuola per coprire le salme. La chiave della cassaforte, dove c'erano documenti della serie "ho messo nero su bianco" — come confidato da Dalla Chiesa alla moglie — sparì misteriosamente. Dopo due giorni di ricerca venne ritrovata in bella evidenza su un tavolo; naturalmente la cassaforte risultò essere vuota. I due famigerati AK-47 vennero in seguito riconosciuti dai magistrati del pool come l'arma di molti "delitti eccellenti". Solo dopo anni fu ricostruita la composizione del commando che compì l'eccidio di via Carini: per l'appunto Scarpuzzedda, ‘Nino’ Madonia, Mario Mariuzzu Prestifilippo, Vincenzo Galatolo, Giuseppe Lucchese, Raffaele Ganci. Pino Greco è scomparso a Palermo nel Settembre 1985 all'età di 33 anni, vittima della lupara. Il feroce sicario per i suoi servigi aveva ottenuto il mandamento di Ciaculli ed era nella commissione dal 1979. Ma secondo il "capo dei capi" Salvatore Riina stava organizzando un suo gruppo di fuoco, in più non teneva in ordine la borgata e aveva dei traffici illeciti senza permesso. Sentendo che tirava una brutta aria, Greco si rifugiò in una villa fra tra Misilmeri e Bagheria. Lo tradì e l'uccise Giuseppe Lucchese che Scarpuzzedda considerava un fratello perché avevano "lavorato" sempre insieme. Il corpo di Giuseppe Greco non è mai stato trovato, probabilmente è stato sciolto nell'acido, bruciato sulla graticola, buttato in mare con peso ai piedi o dato in pasto ai maiali. Al maxiprocesso, terminato con le sentenze pronunciate il 16.12.1987, fu condannato in contumacia all'ergastolo per almeno 58 omicidi. Sicuramente erano molti di più, fra questi: il tenente colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo (a Ficuzza il 20.08.1977), Pio La Torre (30.04.1982), la strage della circonvallazione (16.06.1982), Calogero ‘Lillo’ Zucchetto (14.11.1982), la strage di via Federico Pipitone (29.07.1983), Antonino ‘Ninni’ Cassarà (06.08.1985). Mario Prestifilippo fu ucciso in un agguato in una strada che da Bagheria porta verso le colline di Baucina la sera del 29 Settembre 1987. Mentre era su una Vespa si trovò un commando di almeno dieci persone ad aspettarlo; questi lo falciarono con un'ottantina di colpi di pistola, lupara e fucile da caccia grossa. Naturalmente morì all'istante senza riuscire a prendere la sua Smith and Wesson calibro 38 che teneva sotto il giubbotto; aveva 29 anni. Gli inquirenti lo riconobbero dalle impronti digitali perchè il viso era stato straziato da un colpo di lupara alla gola. I tre "uomini di onore" di quel commando che assassinò Dalla Chiesa sono stati condannati all'ergastolo, pena confermata anche in Cassazione. Il 4 Aprile 1996 Giovanni Paolo II accolse la rinuncia di Pappalardo all'Arcidiocesi di Palermo per raggiunti limiti d'età. Il cardinale, lo era dal 05.03.1973, quindi si ritirò; si spense il il 10 Dicembre 2006 all'età di 88 anni. Il 2 Marzo 2007 il ministro della Giustizia Clemente Mastella, su richiesta della Procura di Palermo, ha firmato il decreto che ripristina il 41-bis per Antonino 'Nino' Madonia. Quarantotto ore prima l'uomo (ex? reggente del mandamento di Resuttana-San Lorenzo a Palermo), già condannato in via definitiva all'ergastolo, aveva ottenuto la revoca del regime di "carcere duro". Infatti il tribunale di sorveglianza di Torino ne aveva accolto il ricorso. Il detenuto è stato poi trasferito dal carcere di Novara a quello di Rebibbia; il tribunale di sorveglianza della Capitale in risposta all'ennesimo ricorso ha ribadito la pericolosità del detenuto. Il 20 Febbraio 2008 la Corte di Cassazione ha annullato con rinvio il 41-bis a Madonia perché <<la prova [che il detenuto avesse collegamenti con il territorio e l'organizzazione mafiosa] è fino al 2006>>. Il tribunale di sorveglianza di Roma su istanza dell'avvocato difensore si è dovuto adeguare e così dal 2 Luglio 2008 Madonia è tornato al regime carcerario ordinario. L'A112 crivellata di colpi è tuttora conservata al Museo storico di Voghera.

 

UNA FOTO, UNA STORIA 2007