UN'ULTIMA FRASE 2010
GENNAIO
« Ti prego dammi l'aria... »
all'amico ed ex compagno di squadra Ettore Milano, (02:00 del 2 Gennaio)
ANGELO FAUSTO COPPI (Il campionissimo, l'Airone) - ciclista
A. Castellania |casa natale| (Alessandria), 15.09.1919
W. Tortona |ospedale “Santi Antonio e Margherita” · reparto "dozzinanti" · stanza 4| (Alessandria), 02.01.1960 08:45
malaria perniciosa (cerebrale) RIP link
Il 10 Dicembre 1955 Coppi partì per nell'Alto Volta (l'attuale Burkina Faso), il 14 partecipò al criterium di Ougadougou (60 km) arrivando alle spalle di Anquetil, ma davanti ad Anglade e Rivière; Geminiani si ritirò. Nei giorni successivi prese parte ad una battuta di caccia nella boscaglia attorno alla città africana. In quelle notti nella savana africana lui e Raphael Geminiani furono letteralmente martoriati poiché i letti nella loro stanza non avevano zanzariere. Il 18 Coppi tornò in Italia, il 27 telefonò a Geminiani: voleva che gli combinasse una squadra di corridori francesi per la sua omonima bici. Inoltre gli disse che si sentiva addosso l'influenza... La sera stessa si mise a letto con 40 di febbre; ma questa non calò nemmeno il giorno dopo, anzi si aggiunsero nausea e brividi. Il 29 fu chiamato il medico personale, Ettore Allegri, che diagnosticò l'influenza asiatica e prescrisse antibiotici. Intanto Geminiani era andato in coma, anche per lui il medico aveva fatto altre diagnosi: epatite, febbre, tifo; però un campione del suo sangue fu portato all'Istituto Pasteur. Il responso fu terribile: malaria perniciosa da plasmodium falciparum. Fortunatamente non era troppo tardi, i medici lo "bombarono" di chinino e lo salvarono. La moglie di Raphael telefonò a Villa Carla (casa Coppi) e disse che il marito aveva la malaria e quindi pure Fausto ne era malato. Una persona, sembra un medico, gli rispose di non impicciarsi e che l'avrebbero a loro modo. Il 31 Dicembre al capezzale del Campionissimo, ancora considerato un malato non grave, furono chiamati altri medici; in particolare il professore Astaldi formulò un'altra diagnosi: broncopolmonite emorragica da virus. Così agli antibiotici venne aggiunto il cortisone che per la malaria era/è come "concime"... Lo stesso giorno il fratello di Geminiani telefonò per sincerarsi delle condizioni di Coppi e ribadì di andare dritti sul chinino. Il suo consiglio fu finalmente accettato e la febbre scese a 37 °C, ma ormai era troppo tardi perchè il fisico ne aveva già risentito. Prima di farsi portare via in barella, Fausto volle farsi vedere dal figlio Faustino e lo salutò con un «Fai il bravo, Papo!». All'ospedale di Tortona continuarono le terapie, ma Coppi ormai non rispondeva più; nelle prime ore del 2 Gennaio cadde in coma e morì alle 08:45 senza riprendere conoscenza. Analisi post-morte confermarono la presenza del temibile plasmodium falciparum. Secondo altre fonti un campione di sangue fu analizzato in un istituto di Genova qualche giorno prima della morte perchè il macchinario dell'ospedale di Tortona era rotto. Ogni anno il 2 Gennaio le campane del suo paese natale (Castellania) rintoccano per ricordarlo. Nel Gennaio 2002 le rivelazioni del “Corriere dello Sport” su un presunto avvelenamento, ordito dagli indigeni per punire uno sgarbo subìto anni prima da un loro atleta, portarono all'apertura di un fascicolo da parte della procura della repubblica di Tortona. Tale procedimento, contro ignoti e senza ipotesi di reato, è stato archiviato nel 2003; addirittura erano stati chiesti gli esami tossicologici sulla salma di Coppi. Geminiani divenne il direttore sportivo della “St. Raphael” di Jacques Anquetil; con lui colse quasi tutti i maggiori successi della sua carriera. Da molti anni si è ritirato a Clermont-Ferrand dove nacque il 12.06.1925.
FEBBRAIO
« Se qualcuno ha un messaggio per il Diavolo
me lo dia; tanto lo incontrerò presto.
ultima dichiarazione sul patibolo con addosso un vestito da sposa
A. Stati Uniti, 1793
W. Charleston [South Carolina: Usa], 18.02.1820
esecuzione di una sentenza capitale mediante impiccagione RIP link
MARZO
« Penso che così starò più comodo »
all'infermiera
della sua stanza
LOUIS FRANCIS COSTELLO (Lou
Costello,
‘Pinotto’
A.
Paterson - Passaic County [New Jersey: Usa], 06.03.1906
W. Los Angeles—Bevery Hills |Doctors' Hospital|, 03.06.1959 15:55
Il famoso attore comico (‘Pinotto’ in Italia) il 1° Marzo 1959 accusò un malore mentre guardava la tv a casa sua; così fu ricoverato al Doctors Hospital di Beverly Hills. Secondo l'analisi aveva accusato delle complicazioni per una febbre reumatica di molti anni prima. Potendoselo permettere gli venne riservata una stanza con tre infermiere che si alternavano nelle 24 ore. Alle 15 del 3 Marzo salutò la moglie che era venuto a visitarlo nella sua stanza singola dicendo che si sentiva bene, la donna se andò promettendogli di tornare in serata. Verso le 15:55 chiese all'infermiera di girarlo dall'altro parte perchè sarebbe <<stato più comodo>>. Ma la donna non fece in tempo ad avvicinarsi perchè Costello crollò sul cuscino e se ne andò in pochi attimi: infarto fulminante; avrebbe compiuto 53 anni tre giorni dopo. La vedova, era sposata con lui dal 30.01.1934, Anne Battlers ricadde ancora di più nell'alcolismo; morì il 5 Dicembre ad appena 47 anni.
APRILE
« Kaputt... »
Manfred Albrecht von Richthofen (Il barone rosso
) - combattente aviatoreA . Breslavia {oggi Wrocław · Polonia} [allora Impero tedesco], 02.05.1892 21:30
W. Morlancourt Ridge - Vaux-sur-Somme [Francia], 21.04.1918 11
colpo di .303 al torace RIP link
Nella Grande guerra Von Richthofen prestava servizio come ufficiale in un reparto di cavalleria impegnato nelle ricognizione sui fronti occidentali e orientali. Volendo partecipare in maniera più attiva chiese di essere trasferito alla forza di Aviazione imperiale, la Luftstreitkräfte. La sua richiesta fu esaudita a fine Maggio del 1915; da Giugno a Agosto fece l'osservatore in missioni di ricognizione sul fronte occidentale, da Ottobre iniziò il corso per pilota. Nell'Agosto 1916 fu selezionato da Oswald Boelcke, un grande aviatore dell'epoca, per il suo gruppo da combattimento Jagdstaffel. A bordo di un Albatros C.III ebbe il suo "battesimo del fuoco" il 17 Settembre 1916 sopra Cambrai in Francia; abbatte un aereo inglese e restarono uccisi il pilota ed il navigatore. Il 21 Aprile 1917 celebrò la sua ottantesima "vittoria", il 24 Giugno gli venne affidato il comando della Jasta 11, la squadriglia da caccia che sarebbe diventata nota come ‘il Circo Volante’. Dato che la maggior parte degli aerei che pilotava, a partire dall'Albatros D.III, erano completamente dipinti di rosso gli fu affibbiato il soprannome di ‘Barone rosso‘. Il 6 Luglio 1917 rimase ferito alla testa mentre combatteva contro la 20ª squadriglia inglese vicino Wervik in Belgio. Perse conoscenza ma si ridestò appena in tempo per fare un atterraggio di emergenza e rimase ricoverato in ospedale per diverse settimane; questa sua "sconfitta" è da accreditarsi al capitano Donald Cunnell che si ritiene essere l'unico pilota ad aver abbattuto il ‘Barone’. Il pilota inglese fu abbattuto il successivo 12 Luglio nei cieli di Wervik; aveva 24 anni. Von Richthofen ritornò in servizio in Ottobre ma soffriva di nausea post-volo ed emicranie. Durante la convalescenza aveva scritto un'autobiografia, probabilmente con l'aiuto di un ghostwriter della propaganda tedesca. Nel 1918 divenne una specie di leggenda e gli fu chiesto di fare servizio a terra per evitare che una sua morte potesse influire sul morale dei tedeschi. Naturalmente rifiutò l'offerta e continuò a combattere nei cieli; la propaganda continuò a pompare le sue azioni e fece girare la voce che sarebbe stata automaticamente assegnata una Victoria Cross per il pilota alleato che l'avesse abbattuto. Il 21 Aprile 1918 decollò di Cappy (sulla Somme) con altri nove piloti, fra cui il suo cugino Wolfram Ritter von Richthofen, che era alle prime missioni di guerra. Sui cieli sopra le trincee del fronte occidentale affrontarono la 209ª squadriglia della neonata Raf sui loro Sopwith Camel. Il giovane tenente canadese Wilfrid May vide che Wolfram von Richthofen restava ai margini del combattimento aereo e così gli si mise alla coda. Il ‘Barone’ quando s'accorse che il cugino era in pericolo inseguì May, questi avendo la mitragliatrice inceppata tentò di allontanarsi; inoltre era la sua tattica: cercare velivoli in difficoltà emettersi alla loro caccia. Il capitano Arthur Roy Brown, altro pilota canadese, quando vide il triplano di Manfred von Richthofen che stava per attaccare May fece altrettanto con il ‘Barone’. Quasi senza accorgersene i tre aerei si trovarono a volare a bassissima quota sulla terra di nessuno che separava i due fronti. Von Richthofen decise di tornare indietro ma fece la virata proprio sulle zone più munite ed infatti dalle trincee partirono raffiche di colpi. Un solo proiettile .303, sparato da un fucile o una mitragliatrice inglese, lo colpì al torace danneggiandogli cuore e polmoni. Seppur gravemente ferito riuscì ad effettuare un atterraggio in un campo su una collina vicino alla strada Bray-Corbie, appena a nord del villaggio di Vaux-sur-Somme (settore controllato dall'AIF). Un testimone insieme ad altri soldati australiani dichiarò che quando raggiunsero l'aereo Von Richthofen era ancora vivo, ma morì pochi istanti dopo; invece un altro testimone oculare, il sergente Ted Smout dell'Australian Medical Corps, riportò che l'ultima parola del ‘Barone’ fu «Kaputt» ("caduto, abbattuto, finito" alla lettera) evidentemente riferito al suo aereo. Questi, un Fokker Dr.I, 425/17, non riportò gravi danni ma fu poi "smembrato" dai cacciatori di souvenir. La 3ª squadriglia dell'AFC, la più vicina unità area alleata, si occupò della salma. Dall'autopsia risultò che sul torace c'erano ferite d'entrata ed uscita per un unico colpo; questi era penetrato all'altezza della nona costola sul lato destro fratturandola, poi il proiettile aveva colpito la colonna spinale uscendo fuori sul lato sinistro del torace cinque centimetri sopra dove era entrato. Il 22 Aprile venne officiato un funerale militare, gli aviatori portarono la bara in spalla e fu predisposto un picchetto d'onore [vedi foto]. Il ‘Barone’ fu sepolto nel cimitero del villaggio di Bertangles vicino Amiens. Qualche giorno dopo un caccia inglese sorvolò Cappy e lasciò il seguente messaggio: AL CORPO D'AVIAZIONE TEDESCO. Il capitano barone Manfred von Richtofen è stato ucciso in battaglia il 21 aprile 1918 e seppellito con tutti gli onori militari. La lista di tutti gli aerei abbattuti dal ‘Barone’ è stata pubblicata nel 1958 a cura della Raf: in totale sono 80 (di cui 73 inglesi). Secondo altre stime, potrebbero essere 100 o anche di più; ma non ci sono dati certi a proposito. Roy Brown ebbe un incidente aereo il 15 Luglio 1918 e rimase cinque mesi in ospedale. Nel 1919 lasciò la Raf, tornò in Canada trovando poi un lavoro da contabile; in seguito fondò una piccola compagnia aerea. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale provò ad arruolarsi nella RCAF, ma fu respinto; si buttò in politica e partecipò alle legislative 1943 dell'Ontario, ma non venne eletto. Infine volle acquistare una fattoria abbandonata vicino Stouffville; il 9 Marzo 1944 nella città canadese ebbe un infarto subito dopo essersi fotografato con l'"asso dell'aviazione" George Beurling. Arthur Roy Brown aveva 50 anni. Finita la guerra l'autorità francesi crearono un cimitero militare a Fricourt, sulla Somme; il feretro di Von Richthofen vi fu trasferito nel 1919. Il fratello più giovane Bolko decise di riprenderlo e metterlo accanto alle tombe del padre e del fratello Lothar (rimasto ucciso in un incidente aereo nel 1922). Così il 16 Novembre 1925 le spoglie del ‘Barone’ attraversarono il Reno e furono accolte da una folla raccolta a Kehl. Il governo tedesco ottenne il permesso di seppellirlo nell'Invalidenfriedhof di Berlino dove ci sono i più grandi eroi tedeschi. Wilfrid Reid ‘Wop’ May sopravvisse alla Prima guerra mondiale e partecipò anche alla seconda come addestratore di piloti della Raf; morì appena 56enne il 21 Giugno 1952 per un ictus mentre faceva una scampagnata con suo figlio nella Timpanogos Cave (Utah). Con la divisione di Berlino Invalidenfriedhof si trovò ad essere vicino al famigerato Muro e così le tombe venivano spesso colpite dalle raffiche sparate dalla Vopo verso chi tentava di scappare. Temendo che la tomba non fosse più curata, nel 1975 la famiglia chiese ed ottenne la traslazione delle spoglie a Wiesbaden nella cappella di famiglia, vicino sua madre e sua nonna. Nel 2002 un documentario prodotto da Discovery Channel suggerì che il mitragliere australiano William John ‘Snowy’ Evans avesse sparato dalla sua mitragliatrice Lewis il colpo fatale in quel 21.04.1918. Edward Smout divenne un veterano di guerra e nel 1998 ricevette la più alta onorificenza francese: fu fatto Cavaliere della Legione d'onore; comunque ebbe la medaglia dell'Ordine dell'Australia per i servigi resi alla comunità. Inoltre partecipava regolarmente alle marce nell'“ANZAC day” (25 Aprile); Edward David ‘Ted’ Smout si spense il 22 Giugno 2004 all'età di 106 anni. Il certificato di morte del ‘Barone’ è stato ritrovato nel 2009 in un vecchio archivio della città polacca di Ostrów Wielkopolski.
MAGGIO
« Vediamo a chi a toccherà la prossima volta... »
Circolo della stampa, dibattito sul segreto istruttorio (Milano, 27.05.1980)
Walter BRIZIO MAURO PALMIRO tobagi
(viperotto da vipero, "direttore", "capo" in gergo)
{sposato con Maristella ¦ Benedetta di 3 anni e Luca di 7}
giornalista, scrittore, presidente dell'Associazione lombarda dei giornalisti
A. San Brizio - Spoleto (Perugia), 18.03.1947
W. Milano |via Andrea Salaino|, 28.05.1980 11:15
agguato, colpi di pistola calibro 7,65 al cuore e alla testa
Walter Tobagi durante il liceo, dal 1962 al '66, collaborò a La Zanzara (il giornale studentesco del “Parini”); fu invitato dal redattore "anziano", l'allora 18enne Vittorio Zucconi. Dopo la maturità s'iscrisse a Filosofia con indirizzo storico; poi esordì nella carta stampata scrivendo per i periodici Sciare e Milaninter. I suoi erano articolo di commento, pezzi di costume sul mondo del calcio. Nel 1968 entrò nell'Avanti!, organo ufficiale del Partito socialista italiano. Poi nel 1969 passò all'Avvenire, fondato un anno prima sempre a Milano. Tobagi scriveva di tutto: università e protesta, cultura, sindacato, politica estera; però tratto in particola modo del terrorismo (strage di Piazza Fontana, morte di Giangiacomo Feltrinelli e assassinio del commissario Calabresi); naturalmente non trascurò le prime iniziative militari delle Br, le "cellule" scoperte a Milano, la guerriglia urbana organizzata e provocata dagli estremisti di Lotta continua, Potere operaio, Avanguardia operaia. Oltre al lavoro di giornalista collaborava con l'Università Statale di Milano. Nell'Aprile 1970 superò l'esame di Stato da giornalista, nel 1971 si sposò con Maristella. Intanto aveva pubblicato saggi e articoli su riviste, il primo uscì nel Giugno 1970 (“Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia”). Qualche anno dopo si laureò con un tesi su “I Sindacati in Italia nel secondo dopoguerra (1945-1950)”. Il 15 Luglio 1975 ricette il "Premiolino" come miglior giornalista del mese <<per la coraggiosa, spregiudicata e documentata inchiesta sulla crisi e sugli scandali esistenti nella realtà politica e sociale lombarda, alla vigilia del voto del 15 giugno 1975>> (motivazione). Su segnalazione di Giorgio Santerini fu assunto al Corriere della Sera appena si liberò un posto in redazione; iniziò la trafila il 18 Gennaio 1976. Il direttore era Piero Ottone, il comitato di redazione si mostrava piuttosto ostile ai giornalisti di area socialista e moderata. Nel Novembre 1977 al posto di Ottone arrivò Franco Di Bella, la proprietà non fa più riferimento a Angelo Rizzoli (praticamente un prestanome) ma ad ignoti finanziatori. L'80% dell'intero gruppo editoriale è nelle loro mani; anni dopo le inchieste giudiziarie riveleranno che dietro il Banco Ambrosiano c'era lo Ior e l'intermediazione di Licio Gelli. Intanto Tobagi seguì sistematicamente tutte le vicende dei cosiddetti "anni di piombo"; nel Febbraio 1978 le FCC (Formazioni comuniste combattenti) progettarono di rapirlo per poi ottenere in cambio della sua liberazione la pubblicazione di un loro comunicato sull'"azione" di Novara del 18 Gennaio. Allora alcuni di loro avevano sparato alla camionetta dei carabinieri di guardia al carcere cittadino; solo i vetri antiproiettili evitarono una strage. L'"obbiettivo" Tobagi era ben noto: una giovane militante, Caterina Rosenzweig, aveva seguito alcuni seminari di storia tenuti da lui all'Università Statale. La ragazza allora era fidanzata con Marco Barone, uno studente di buona famiglia che da tempo militava in Autonomia Operaia; sembra che l'allora 18enne avesse custodito il borsone delle armi da distribuire ai compagni negli scontri a fuoco di via De Amicis a Milano del 14 Maggio 1977 dove fu ucciso l'agente Antonio Custra. Il progetto di sequestro fallì prima di essere compiuto poiché durante un appostamento c'era una volante vicino casa del giornalista. La Rosenzweig dopo aver partecipato alle "spese proletarie" (cioè saccheggi di grandi magazzini e supermercati) una notte della successiva primavera diede fuoco al magazzino della propria ditta insieme ad una compagna. Però nella concitazione perse il passaporto e così i poliziotti l'arrestarono per incendio doloso e associazione sovversiva. Grazie all'ennesimo indulto, quello del 4 Agosto, venne liberata dalle accuse più pesanti. Il fondatore delle FCC Corrado Alunni convocò Marco Barone e gli impose una scelta: clandestinità senza la sua ragazza ormai "bruciata" o fuori; lui scelse di stare con lei e darsi da fare da solo. Le strade di Alunni e Barone si divisero definitivamente anche perchè A. fu arrestato dalla Digos il 13 Settembre 1978 a Milano. Intanto il giorno dopo Tobagi accettò la presidenza dell'Associazione lombarda dei giornalisti. Qualche settimana dopo fondò insieme a 14 colleghi “Stampa Democratica”, la corrente indipendente all'interno del sindacato dei giornalisti. Qualche mese dopo una scheda informativa su Tobagi fu trovata nella valigetta di un militante dei Reparti Comunisti d'Attacco (Rca). Uno dei più celebri articoli del giornalista fu “Vivere e morire da giudice a Milano”, scritto all'indomani dell'uccisione di Emilio Alessandrini. Tobagi si dedicò all'analisi di realtà urbane a Milano, Genova e Torino; inoltre studiò il fenomeno del pentitismo e la figura del terrorista in clandestinità. Nella primavera del 1979 “Guerriglia”, una nuova formazione estremistica di sinistra, compì azioni di sabotaggio ai danni della distribuzione dei grandi quotidiani. Il "leader" era Marco Barone, a lui si unirono altri due coetanei: Paolo Morandini e Daniele Laus. Con l'irruzione di via Fracchia a Genova nella notte del 28 Marzo 1980 fu smantellata la "cellula" genovese delle Brigate. Naturalmente Tobagi quella mattina era a Genova con un collega per scrivere un articolo (“Adesso si dissolve il mito della colonna imprendibile”). A Milano qualche mese dopo si formò un gruppo armato di estrema sinistra: la “Brigata XXVIII Marzo”, il cui nome evidentemente evocava l'irruzione di via Fracchia. La loro prima "azione" fu il 7 Maggio con la gambizzazione del cronista di Repubblica Guido Passalacqua davanti alla sua abitazione milanese. La banda era "in competizione" con Prima Linea di Sergio Segio che il 19 Marzo aveva ucciso il giudice istruttore di Milano Guido Galli. Così i giovanissimi "rampolli" di Corrado Alunni decisero di "ripiegare" su l'esecuzione di un giornalista... Per la sera di martedì 27 Maggio 1980 Tobagi organizza un dibattito al Circolo della stampa in corso Venezia. L'argomento della serata (“Fare cronaca tra libertà d'informazione e segreto istruttorio”) riguarda il "caso Isman", un giornalista arrestato per aver pubblicato documenti secretati fornitigli da un ufficiale del Sismi. Il sindacato della carta stampata è diviso sullo sciopero a sostegno di Fabio Isman e sui principi deontologici della professione. La discussione in sala si fece accesa, alcuni colleghi contestano duramente le posizioni di Tobagi; una decina di loro se ne vanno durante una pausa. Curiosamente, confida ad un amico, ci sono più giovani del solito in sala; è suo l'intervento conclusivo, chiosando con una certa amarezza dice che <<ripetiamo sempre le stesse cose>> e <<vedremo a chi toccherà la prossima volta>>. Il convegno termina verso mezzanotte, insieme all'amico Massimo Fini va in una pizzeria, dove da anni si ritrovano amici e colleghi. Alle 02:30 i due erano sotto casa del giornalista, prima di salutarsi parlano per un'altra ora; ad un certo punto Walter disse all'amico: «Sai da un mese ho abbandonato le inchieste sul terrorismo e sulle Brigate Rosse. Non ho intenzione di farmi ammazzare da quelli là [la direzione e la proprietà del Corriere]». In effetti il suo ultimo articolo (“Non sono samurai invincibili”) era uscito sull'edizione del 20 Aprile. I due si salutarono promettendosi di rivedersi al più presto. Alle 8 di mercoledì 28 in via Solari davanti all'abitazione del giornalista c'era un uomo, Manfredi De Stefano. I suoi compiti erano quelli di osservare ogni movimento nella zona, verificare se Tobagi anticipava i suoi spostamenti mattutini, attendere gli altri cinque componenti del commando. Le auto per le vie di fuga erano già state parcheggiate nei punti concordati nel piano d'azione. Alle 09:45 nel piazzale davanti la stazione di Porta Genova si riunì l'intera Brigata: il capo militante Marco Barbone ("nome di battaglia" ‘Enrico’) che nel giaccone aveva una calibro 9 corto con silenziatore montato e una 38 special Smith & Wesson; Mario Marano (‘Fabio’) armato di una 7,65; Francesco Giordano (‘Paolo’ o ‘Cina’) con una 357 Magnum ed infine Daniele Laus (‘Gianni’) con nelle tasche una 38 special. L'unico disarmato era Paolo Morandini (‘Alberto’), su una bicicletta. Il gruppo si avvia così verso la casa del giornalista; il traffico in via Solari come sempre è caotico, piove forte e nessuno fa certo caso ad alcuni particolari... Barbone e Marano sono all'edicola vicino all'abitazione di Tobagi, Morandini è in bicicletta nei pressi della fermata del tram, proprio di fronte al portone di casa. Giordano — con funzioni da "palo" — si trova pochi metri Barbone e Marano, sulla via Solari. Alle 11:10 Tobagi esce dalla sua abitazione con l'intenzione di raggiungere il garage “Il Parco” in via Valparaiso 7/A, salire sulla sua Ritmo e in mezz'ora essere in via Solferino al Corriere. Il giornalista accenna ad attraversare la strada quasi per dirigersi verso l'edicola, i due s'allontanano per non dare nell'occhio. Il loro "obiettivo" non attraversa via Solari, ma devia a destra in via Andrea Salaino; si porta sul lato sinistro e percorre un breve tratto di strada. Dopo un iniziale momento di sbandamento Barbone e Marano con una corsetta recuperano la posizione e si trovano 4-5 metri dietro Tobagi. I due tirarono fuori le loro pistole (una calibro 9 per il primo e una 7,65 per il secondo), quando il giornalista è all'altezza di un ristorante al numero 12, Marano inizia a sparare correndo; Tobagi — che non si è accorto di nulla e mai si è guardato indietro — fece due passi e poi cadde sul marciapiede. Ecco la dinamica raccontata da Barone: «Mentre Fabio, che aveva esploso tre colpi, tentò di sparare ancora ma la sua 7,65 si inceppò. Allora sparai due colpi con la mia nove corto: uno da distante (due, tre metri), l’altro mentre correndo gli passavo vicino mentre era già a terra e quando avevo ormai avuto la netta sensazione che fosse morto». Daniele Laus — l’autista del commando — supera Barbone, Marano e Tobagi con una Peugeot 204 grigio metallizzata targata 'MI 712617' (rubata sei giorni prima in zona San Siro); l'auto nella fuga si scontra con una 127 e poi prosegue la sua corsa lungo un percorso stabilito da tempo: via Montevideo, via Dezza, via Cimarosa e via Monferrato angolo via De Castro. A due chilometri dal luogo dell’agguato, i terroristi abbandonano la vettura e si dileguano nella città. Walter Tobagi è accasciato sul marciapiede di via Andrea Salaino, le gambe sono su una pozzanghera, l’ombrello è scivolato sul fianco, la penna stilografica Parker è caduta dal taschino, una macchia rossa di sangue si sta allargando sulla giacca marrone, un proiettile dalla nuca è uscito dal naso con un rivolo di sangue. Dall'autopsia risultò che il colpo fatale fu il secondo (quello sparato da Marano) direttamente al cuore; Barone gli diede sì il colpo di grazia dietro l'orecchio sinistro, ma a morte già avvenuta. Sul luogo accorsero la moglie Stella con la figlioletta Benedetta in braccio e il padre Ulderico; la notizia dell'omicidio fu diffusa dall'Ansa alle 11:46. Il figlio più grande Luca era a scuola, un parente lo portò a casa di amici e solo nel pomeriggio gli fu comunicata la notizia. Secondo il rituale della "lotta armata" l'omicidio venne rivendicato con un volantino (sei cartelle dattiloscritte) da parte di una nuova sigla del terrorismo: la “Brigata XXVIII Marzo” per l'appunto. Tobagi fu definito <<efficiente>> persecutore della classe operaia, inoltre nel Corriere, entratoci come uomo di Craxi, si è subito posto come caposcuola di questa tendenza <<intelligente>> degli apparati della controguerriglia psicologica [...]. Ai funerali celebrati dall'appena insediato cardinale Carlo Maria Martini parteciparono in decine di migliaia. L'indagini dei carabinieri e della magistratura portarono all'identificazione di tutte le persone coinvolte: i telefoni di Caterina Rosenzweig e dei suoi amici furono subito messi sotto controllo, inoltre il "pentito storico" Patrizio Peci diede importanti indicazioni. L'allora 21enne Marco Barbone fu arrestato il 25 Settembre 1980: aveva lasciato troppe tracce e "ignorato" le telecamera dell'ultima banca rapinata, gli inquirenti lo beccarono nella casa della fidanzata a Diano Marina mentre era in permesso dal servizio militare. Dopo i primi giorni in isolamento in camera di sicurezza chiese di incontrare il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il 4 Ottobre decise di collaborare e così gli altri cinque complici vennero arrestati. Quindi l'organizzazione terroristica fu smantellata, inoltre vennero incarcerati un centinaio di sospetti dell'estrema sinistra. Il manoscritto del "volantino di rivendicazione" fu ritrovato dentro la valigia sequestrata nella ditta Gioele di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi (Arezzo) il 17 Marzo 1981 |leggi qui|: era insieme alla cosiddetta "rubrica dei 500". Il dibattimento iniziò 1° Marzo 1983 al Palazzo di Giustizia milanese in un'aula bunker, appositamente progettata per i maxi-processi di terrorismo e inaugurata proprio in quell'occasione. Il padre di Tobagi, Ulberico, si costituì parte civile anche in rappresentanza dei nipoti e la nuora. Il 27 Maggio Bettino Craxi aprì la campagna elettorale chiedendo se fosse vero che i Carabinieri seppero da un confidente che esisteva un progetto di ammazzare Tobagi. L'allora presidente del Consiglio aveva avuto una nota informativa dalle mani del ministro Logorio; questa era una copia dattiloscritta priva di sigla, redatta il 13.12.1979 da un milite. Un "confidente", nome in codice ‘Buca’, dal Marzo 1979 riferiva tutto all'Arma per evitare l'arresto dopo che era stato beccato in possesso di armi. Anni dopo si seppe che il confidente era Rocco Ricciardi, un giovane postino che frequentava i collettivi autonomi e poi aderì all'avanguardia militarista di Alunni. Nella nota si segnalava l'eventualità di un attentato o il rapimento di Walter Tobagi, esponente del Corriere della Sera. Per di più erano specificati i luoghi probabili (piazza Napoli-piazza Amendola-via Solari dove il Tobagi dovrebbe abitare), i possibili autori (<<giovani desiderosi di entrare nelle Br "allo squillar delle fanfare">>) ed il loro capo, Marco Barbone per l'appunto. L'informativa di ‘Ciondolo’ (nome di copertura dell'ufficiale dei carabinieri) finì nel dimenticatoio per vari motivi: in primis perchè il suo superiore di riferimento, il capitano Roberto Arlati (l'uomo del blitz nel covo di via Montenevoso), lasciò l'Arma e così nessuno volle ascoltarlo. Questi ripresentò la segnalazione sia al capitano Alessandro Ruffino che al capitano Umberto Bonaventura; poco dopo fu allontanato dal nucleo Antiterrorismo e trasferito al servizio intercettazioni telefoniche. Qualche ora dopo l'omicidio di Tobagi «Ebbi una discussione con Ruffino [...], gli dissi che gli avevo dato i nomi in anticipo e che non aveva fatto nulla per salvare il giornalista» [sua dichiarazione al processo a cui gli avvocati di parte civile non replicarono]. Fatto sta che l'ufficiale fu infine spedito in una sperduta stazioncina ai confini con la Svizzera... Anni dopo l'ex sottoufficiale dei carabinieri Dario Covolo, nome in codice ‘Ciondolo’, rilasciò un'intervista al giornalista Renzo Magosso per “Gente” del 17.06.2004. I due furono querelati per diffamazione dal generale dei carabinieri in pensione Alessandro Ruffino e dalla sorella del generale Umberto Bonaventura da tempo deceduto. Nel corso del processo, Covolo ribadì la sua versione dei fatti e confermò la correttezza delle frasi, virgolettate, a lui attribuite nell'articolo dell'intervista. Quella sua informativa era stata frutto delle dritte di un militante dei gruppi armati che collaborava da diverso tempo. Il 20.09.2007 il tribunale di Monza condannò i due ad una pena pecuniaria, alle spese processuali e ad un notevole risarcimento ai querelanti. Il 05.11.2009 la corte d'Appello di Milano ha confermato la sentenza di primo grado. Il processo terminò dopo 102 udienze il successivo 1° Novembre 1983; prima che la corte si ritirasse in camera di consiglio Barbone chiese perdono ai figli di Tobagi. Le sentenze arrivarono dopo 28 giorni: Marano (20 anni e quattro mesi), De Stefano (28 anni e 8 mesi), Giordano (30 anni e 8 mesi), Laus (27 anni e 8 mesi); invece per Marco Barbone, Mario Ferrandi, Umberto Mazzola, Paolo Morandini, Pio Pugliese e Rocco Ricciardi 8 anni e 6 mesi con <<il beneficio della libertà provvisoria ordinandone l'immediata scarcerazione se non detenuti per altra causa>> (sentenza del giudice Cusumano). Barbone e quest'ultimi collaborando con la giustizia poterono usufruire dei benefici previsti dalla "legge sui pentiti" (la L. 204/'82); il loro contributo fu valutato di <<eccezionale rilevanza>>. Solo quando la giuria aveva già deliberato Craxi e l'“Avanti!” denunciarono che la nota proveniva da un confidente (Rocco Ricciardi) <<che aveva detto tutto>>. L'allora ministro degli Interni Oscar Luigi Scalfaro il 19 Dicembre 1983 confermò l'esistenza di una nota <<redatta da un sottufficiale dell'Arma il 13 dicembre 1979>> e che il "confidente" si chiamava Rocco Ricciardi. Anni dopo per quel reato di diffusione di documenti riservati fu emessa una sentenza di non luogo a procedere. Il processo per l'omicidio di Tobagi, nel 1985 si svolse l'appello; nella deposizione-monologo di Marco Barone del 30 Maggio l'ex brigatista ribadì che non ci furono né mandanti, né suggeritori. Il 7 Ottobre venne emessa la sentenza: le pene di Barbone e Morandini furono confermate; invece quelle di Giordano (21 anni), Laus (16 anni) e Marano (12 anni) subirono delle riduzioni rispetto al primo grado. Giordano fu l'unico a non "pentirsi" e pur manifestando segni di autocritica ha evitato di collaborare e quindi di ottenere i benefici di legge. Manfredi De Stefano era uscito dal processo perchè morì il 6 Aprile 1984 dopo aver accusato un malore nel carcere di Udine nel quale era detenuto dal 1981. Sulla sua morte a fine 2009 sono sorti alcuni dubbi [leggi qui]. Il 18 Dicembre 1985 Daniele Laus fu scarcerato dal carcere romano di San poichè erano decorsi i termini di carcerazione preventiva. La Corte d'Assise d'Appello aveva accolto un'istanza presentata il 4 Dicembre dai suoi difensori. Poco dopo l'arresto, nell'Ottobre 1980, l'allora 22enne fece alcune ammissioni sulla propria attività nella “Brigata XXVIII Marzo”; poi improvvisamente ritrattò e chiese di essere reinserito nel circuito carcerario fra cosiddetti "irriducibili". Dopo la sentenza di primo grado modificò nuovamente il suo atteggiamento, dissociandosi e ammettendo il suo ruolo nell'omicidio Tobagi. In appello ottenne una riduzione a 16 anni grazie all'articolo 4 della legge “Cossiga” e le attenuanti generiche. Anche se la "legge sui pentiti" era già scaduta, Laus poté richiedere di essere rimesso in libertà grazie alla L. 398/'84. Infatti questa prevede la scarcerazione per chi: 1) ha usufruito dell'articolo 4 in qualità di dissociato; 2) ha avuto una condanna inferiore ai vent'anni; 3) ha scontato almeno quattro anni in custodia cautelare. Mario Marano lasciò il carcere di Bergamo il 14 Gennaio 1986 poichè erano decorsi i termini di carcerazione preventiva per il processo alle Unità combattenti comuniste nel quale era stato condannato a undici anni; quindi anche lui usufruì della legge 398/'84. Attualmente conduce una vita ritirata a Milano. Tutte le condanne furono confermate in Cassazione nell'Ottobre 1986; in particolare Barbone e Morandini ebbero piccoli sconti aggiuntivi e così ottennero la libertà condizionale senza dover più rientrare in carcere. Nel Dicembre 1986 venne aperta la prima indagine sul tentato sequestro del giornalista; a richiederla furono Ulberico Tobagi e il presidente dell'Associazione stampa lombarda, Giorgio Santerini. Il 24 Ottobre 1989 i giudici Guido Salvini e Maurizio Grigo chiusero l'istruttoria: la loro decisione fu archiviazione del procedimento <<perchè il fatto non sussiste>>. La Procura della Repubblica fece ricorso e affidò un supplemento di istruttoria al giudice Paolo Goggioli. Il 5 Giugno 1990 Brbone, la Rosenzweig, Corrado Alunni e altri furono rinviati a giudizio per il tentato sequestro; invece Rocco Ricciardi venne prosciolto per prescrizione del reato. Il 21 Maggio 1993 al prima sezione del Tribunale di Milano assolse Barbone, la sua ex ragazza e altri complici dall'accusa di tentato sequestro di Tonagi <<perchè il fatto non sussiste>>. Il 28 Maggio 2005 l'amministrazione comunale di Milano e l'ALG hanno scoperto una targa in ricordo di Tobagi in via Salaino 1 [vedi link]. Nel frattempo Barbone aveva cambiato il cognome con quello madre, aderì a Cl e si sposò (con tanto di messaggio d'augurio dell'allora cardinale Martini). Ebbe tre figli, due femmine ed un bambino che morì ad appena sei mesi nel Luglio 1991 per una caduta dal balcone della casa di Cervinia che la famiglia aveva affittato per le vacanze. Dalla fine degli anni Novanta firma con il suo nome articoli sulla rivista “Tempi”, settimanale del quotidiano “Il Giornale” (almeno così è scritto sulla scheda di Wikipedia); Benedetta Tobagi in una recente intervista ha detto che è responsabile di comunicazione della Compagnia delle Opere. Francesco Giordano si fece tutta la pena in galera, dopo la scarcerazione trovò lavoro nel sociale; ha una famiglia e nel 1993 chiese ed ottenne un incontro con la famiglia Tobagi. Benedetta nel Novembre 2009 ha pubblicato per Einaudi “Come mi batte forte il tuo cuore - Storia di mio padre”; laureata in filosofia è una storica e ricercatrice. Dal Maggio 2010 tutti gli articoli scritti da Walter Tobagi dal 1965 al 1980 sono consultabili online sul sito dell'Ordine dei giornalisti - Lombardia a questo link.
GIUGNO
« Guar [silenzio
improvviso]
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l'ultima parola registrata dalla "scatola nera"
DOMENICO GATTI
pilota di velivoli civili e militari {sposato con due figli}
A. Leta - Ajaccio [Corsica], 1936
W. mar Tirreno |39°43'N · 12°55'E| [spazio aereo italiano], 27.06.1980 20:59
traumatismi da improvvisa decrompressione
Alle 20:08 del 27 Giugno 1980 un I-TIGI Dc-9 della compagnia Itavia decolla dall'aeroporto “Marconi” di Bologna con destinazione Palermo. Il volo 'Itavia IH-870' doveva decollare alle 18:15, ma un ritardo di 94' nell'arrivo a Borgo Panigale fece posticipare il decollo alle 20:08. Quell'aereo è stato controllato dai tecnici di Lamezia Terme nella prima mattinata; fino alle 19:03 quando atterrò a Bologna aveva volato su e giù per l'Italia fra Roma, Lamezia, Palermo. Il comandante Spinelli che l'ha portato a Bologna non ebbe niente da segnalare, nemmeno vibrazioni. Costruito e progettato nel 1966 dalla società americana “Mc Donnel Douglas Co.”, l'aereo venne immatricolato in Italia nel Marzo 1972 con il certificato RAI n. 6034.; mentre il certificato di navigabilità, sempre RAI, è il n. 8697/a con scadenza 05.10.1980. Ma tornando a quel 27 Giugno, alle 19:23 l'ultimo bagaglio viene montato sul carrello; alle 19:33 dopo una pulizia e sistemazione a bordo è pronto. Alle 19:55 le porte si chiudono: 77 passeggeri |lista|, 63 adulti, 14 minori (di cui due sotto l'anno di vita), quattro membri dell'equipaggio sono ai loro posti. Alle 20:02 inizia a rullare, sei minuti dopo decolla con destinazione Punta Raisi alle 21:13. L'aerovia è l'‘Ambra 14’, una specie di autostrada dell'aria larga una ventina di km e segnalata dagli impulsi dei radiofari. Alle 20:21 si collega via radio sui 124,2 MHz al radar di Roma Ciampino; questi chiede di inserire il nominativo radio 1136 sul trasponder ed poi dà l'autorizzazione a procedere sulla tratta Bolsena-Puma-Latina-Ponza (aerovia ‘Ambra 13’). Ogni sei secondi, il tempo che ci mette a ruotare l'antenna del radar di Ciampino, il "numero di targa" 1136 appare come punto luminoso (plot in gergo) sullo schermo planimetrico fluorescente (plotter). Alle 20:26 il radar di Ciampino e un altro della difesa aerea nei pressi di Ferrara chiesero al Dc9 Itavia di identificarsi: il segnale secondo le torri appare confuso con le tracce poco chiare. La richiesta è ripetuta alle 20:30 accompagnata dalla proposta di riattivare il trasponder; il capitano Gatti precisa che "non ci siamo mai mossi". Alle 20:44 il bimotore è sopra il lago di Bolsena, proprio dove dovrebbe essere; il comandante dice alla torre di controllo: «Abbiamo trovato un cimitero stasera venendo... da Firenze in poi praticamente non ne abbiamo trovata una funzionante [radiofaro]». Alle 20:56 è a 43 miglia nautiche a sud di Ponza, il cosiddetto punto ‘Alpha’ (limite della portata del controllo aereo di Ciampino). Alle 20:57 viene autorizzata la discesa verso Punta Raisi, all'atterraggio mancano 25'; l'aereo vola a 7600 metri di quota e viaggia a circa 800 km/h, 13 km al minuto. Alle 20:58 la torre di controllo dell'aeroporto palermitano comunicò all'equipaggio le condizioni del vento, la pista, il Cavok (visibilità ottimale con nessun fenomeno atmosferico) e la temperatura. Gatti rispose con la sua ultima posizione: 94 miglia a nord di Palermo e 80 a sud di Ponza, il cosiddetto punto ‘Condor’, proprio al centro dell'aerovia Ambra 13’. Esattamente alle 20:58:00 una traccia più piccola appare circa 20 km ad ovest del Dc-9; alle 20:58:06 questi è avanzato di 1300 metri sul plotter ma l'altra traccia si è affievolita ed il radar non l'ha rilevata. Alle 20:58:39 questa riappare e si trova a circa 16 km dal Dc-9 e sembra percorrere una rotta leggermente convergente, la sua velocità apparente (calcolata in base alla distanza percorsa nell'intervallo di tempo dei due rilevamenti) è di 4209 nodi, pari a 778,344 km/h. Questa traccia è sempre debole e dato che i radar dei controllori del traffico aereo non dispongono dell'elemento esploratore sul piano verticale — a differenza di quelli della Difesa aerea — risulta impossibile determinare la quota. Alle 20:59:45 il blip corrispondente al volo IH 870 viene rilevato dal raggio esploratore; successivamente e all'improvviso scompare: non c'è neppure il simbolo sintetico della decodifica del trasponder, rimane solo un'indistinta nebulosità che ai passaggi successivi del raggio esploratore sembra illuminarsi di un chiarore diffuso verso est. Infine del Dc-9 con 81 persone a bordo non vi è più alcuna traccia. Alle 20:59:57 la traccia dell'"aeromobile fantasma" viene nuovamente battuta dal radar; la sua distanza dall'ultima posizione del Dc-9 è di circa 6 km. Alle 21:00:15 il blip dell'"intruso" viene rilevato per l'ultima volta: il computer del sistema radar di Roma Ciampino non registra più nulla [vedi gif dei tracciati negli ultimi minuti di volo del Dc-9] Alle 21:04:28 l'operatore radar del traffico aereo di Roma Ciampino chiama il volo IH870 autorizzando la discesa a FL110 (11mila piedi). Non avendo avuto risposta alle sue ripetute chiamate chiese ad altri aerei in zona di chiamare l’I-Tigi; ma questi non rispose. Intanto i due velivoli, frettolosamente assegnati come friendly perchè ritenuti aerei da trasporto dell'Air Malta, continuarono la loro rotta fino a scomparire dai radar... Alle 21:06 iniziano le azioni di ricerca e soccorso per aeromobili; questi era precipitato in mare nell'aerovia ‘Ambra 13’ dopo il punto Alpha, fra l'isola di Ponza e quella di Ustica. Il radar militare di Marsala lo cerca alle 21:09 e 21:14 senza ottenere nulla. Alle 21:16 Marsala chiama il comando di Martina Franca, che fa da coordinamento tra i vari radar, e questi chiama il radar di Licola, vicino Napoli, senza ottenere nulla. Alle 21:20 Roma Controllo comunica a Marsala i dati di volo del Dc-9 Itavia e la posizione del suo ultimo contatto radio. Alle 21:25 il centro di controllo di Martina Franca inizia le procedure di soccorso e viene allertato il Quindicesimo stormo di Ciampino. Intanto un aereo non identificabile — perchè ha spento il proprio trasponder — sorvola l'area dello schianto sul Tirreno; lo farà fino alle 22 e non sarà mai oggetto di successive verifiche come se non esistesse. Ai familiari che aspettano a Punta Raisi viene riferito che l'aereo è <<dato per disperso>>; comunque si succedono delle voci di un presunto dirottamento. Alle 21:55 dall'aeroporto romano decolla un elicottero della Marina militare che alle 23:15 è sul posto ed inizia le ricerche, ma con esito negativo. Per motivi non chiari le coordinate fornite sono sbagliate di ben 50 km (il tratto di mare adiacente l'isola di Ustica invece che a sud del punto ‘Alpha’ e quindi dell'isola di Ponza)! Alle 22:25 decolla da Catania un altro elicottero che alle 23:59 è sull'area dell'incidente; ma anche questi non trova nulla. Nel frattempo un Atlantic che era in missione addestrativa ad est della Sicilia viene dirottato sul luogo, ci arriva verso le 23:45 e ci rimane quattro ore senza trovare alcunché. Solo alle 05:05 del 28 Giugno un elicottero partito da Catania segnala alcuni detriti ed una macchia scura oleosa in posizione 39,49° nord-12,55°est. Dovendo rientrare per termine dell'autonomia chiama sul posto un Atlantic, decollato alle 1 da Elmas. Questi alle 05:28 conferma la presenza della macchia oleosa e dei detriti in affioramento; alle 07:30 affiorano in mare cuscini, sedili, salvagente sgonfi. Infine verso le 9 ecco il primo cadavere ripreso dalle telecamere a bordo di un aereo; un gruppo più consistente è individuato dall'incrociatore Andrea Doria verso le 11 alle coordinate 39,40°nord e 13,03°est. Alle 12 le salme sono otto, alle 13:20 diventano dodici, alle 14 salgano a 33, alle 17 arrivano a 35 ed infine si fermano a 39. Comunque ci sono resti umani che appartengono a corpi non identificati per un totale di 43. A questa pagina si può vedere la lista delle 81 vittime con la loro età, invece a questa ecco la loro professione e motivi di viaggio. Solo molti anni dopo si scoprì che la mattina del 28 il generale Giuseppe Santovito, capo del controspionaggio italiano, spedì un fonogramma — classificato come <<URGENTE>> — al suo "collega" francese: chiedeva informazioni e spiegazioni su quanto poteva essere accaduto la sera prima; ufficialmente non ci fu mai risposta. Intanto alle 14:10 alla redazione romana del Corriere della Sera giunse una telefonata anonima: «Qui Nar. Vi informiamo che sull'aereo caduto sulla rotta Bologna-Palermo viaggiava la camerata Marco Affatigato. Era sotto falso nome. Doveva compiere un'azione a Palermo [...]». La voce aggiunse che portava con sé una bomba e per riconoscerlo dovevano cercare un particolare orologio al suo polso. Gli interrogativi sull'attendibilità di questa telefonata dura solo alcune ore poiché lo stesso Affatigato si fece vivo per riassicurare la famiglia. La Digos di Bologna escluse la presenza del fascista all'aeroporto “Marconi”; inoltre fu ribadito che tutti i colli e i bagagli, prima di essere imbarcati a bordo, erano stati accuratamente controllati. Inoltre nessuno poteva manipolare le merci poiché erano già state preparate e consegnate come se dovevano partire secondo l'orario stabilito (le 18:15). Gli attentatori avrebbero dovuto sapere non l'ora del volo, ma il momento esatto in cui il velivolo si fosse trovato in aria... Intanto a largo di Ustica dal mare affioravano dei relitti, di cui viene fatto un preciso inventario nemmeno quando furono portati all'aeroporto di Boccadifalco. Nei giorni successivi ne furono recuperati alcuni che sicuramente non appartenevano al Dc-9: due salvagente di tipo marino e un sonda meteorologica con antenna ad ombrello, due contenitori tubolari in materiale fibroso per boe sonore. L'ultimo corpo fu rinvenuto dalla Andrea Doria alle 18:15 in posizione 39,43 nord e 13,07 est. Le trentanove salme (38 intere più un troncone del corpo riconosciuto dai familiari) furono prima portate a Napoli e poi Palermo per l'autopsia. Il collegio peritale nominato dalla Procura sottopose tutti i cadaveri ad ispezione esterna; inoltre decise di procedere ad autopsia per sette: cinque a scelta, il sesto cadavere era l'unico membro dell'equipaggio (l'hostess) e il settimo uno dei bambini (in modo da accertare eventuali differenze delle lesioni interne rispetto ai cadaveri degli adulti). L'autopsie furono eseguite presso l'Istituto di medicina legale dell'Università di Palermo e vennero integrate dagli esami istologici e prelevamento di sangue e di parti polmonari. Il collegio ritenne che le sette persone sottoposte [...] identico meccanismo lesivo iniziale che aveva provocato l'espansione enfisematosa acuta dei polmoni. Queste alterazioni dovevano stimarsi compatibili con l'ipotesi di una decompressione brusca nell'ambiente pressurizzato del velivolo in volo ad alta quota e forte velocità. Praticamente era l'effetto del "colpo d'ariete" prodotto dalla penetrazione violenta dell'aria esterna rarefatta nelle vie aeree e nei polmoni. Inoltre furono riscontrati <<grandi traumatismi>> da caduta a livello scheletrico e viscerale; quindi l'aereo si era aperto in volo e così la depressurizzazione (<<molto rapida>> a detta del collegio) aveva fatto perdere la coscienza senza causare direttamente il decesso. Questi era sopraggiunto per <<fatali traumi, riconducibili, assieme alla presenza di schegge e piccole parti metalliche in alcuni dei corpi, a reiterati urti con la struttura dell'aereo in caduta>>. Nessuno dei sette era annegato, non c'erano tracce di bruciature e vista l'assenza di ossido di carbonio e di acido cianidrico nel sangue e nei polmoni dei cadaveri era da <<escludere che nell'abitacolo dell'aereo si sia sviluppato un incendio con produzione di gas tossici>>. I lavori dei medici legali si svolse in condizioni difficili sia perchè i locali delle sale autoptiche erano in ristrutturazione, inoltre c'erano solo quattro celle frigorifere e principalmente perchè all'esterno si accalcavano centinaia di persone che premevano per la restituzione delle salme. Così fiorirono una serie di ricostruzioni di fantasia quali cadaveri con lacci emostatici, corpi aggrovigliati, sopravvissuti per ore all'impatto dell'aereo sulla superficie del mare, persone che nuotavano accanto alla fusoliera galleggiante(!) ecc. ecc. Lo stesso 28 Giugno il ministro dei Trasporti Rino Formica nominò una commissione tecnica d'inchiesta e ne affidò la presidenza all'ingegnere Carlo Luzzatti, direttore dell'aeroporto di Alghero. Dato che in base al codice di navigazione la competenza era dei magistrati della località in cui l'aereo era stato immatricolato, l'inchiesta sulla sciagura venne affidata al sostituto procuratore di Roma Giorgio Santacroce. Anche l'Italvia volle la sua commissione d'inchiesta, presieduta dal comandante Adriano Chiapelli. La magistratura chiese la consegna dei dati forniti dai radar di Ciampino, Licola e Marsala. Quello napoletano di Licola era manuale e quindi non poteva registrare i plot, comunque l'operatore poteva fare delle annotazioni su un apposito registro. L'Aeronautica militare rispose che nessuno aveva notato niente di insolito quella sera di Giugno; inesplicabilmente il registro DA1 era però scomparso. Il radar di Marsala era sì automatico, ma dopo l'incidente venne spento! Sembra che fosse in corso un'esercitazione che prevedeva lo spegnimento del computer per una simulazione virtuale. Nel momento del disastro fu tolto il nastro con la simulazione e riacceso il computer, questa operazione richiedeva di regola quattro minuti; ma quella sera, ufficialmente per motivi tecnici, ce ne vollero undici per mettere il nastro e ventotto per toglierlo! I magistrati richiesero i nastri dei dati il 14 Luglio e l'ottennero solo il 3 Ottobre; comunque su questi non c'era niente di strano. Già qualche ora dopo la tragedia si parlò di un missile: lo dicono i militari nei comandi radar, lo dicono i dipendenti dell'aeroporto ai famigliari in attesa, lo dicono alcuni controllori ai giornalisti, lo dice il generale Rana (che dirige il RAI) al ministro Formica. Qualcuno specifica pure il tipo: "francese" o forse "americano"; quella sera c'era un'esercitazione fra l'isole di Ustica e Ponza che è noto essere una specie di "triangolo maledetto" dove gli aerei fanno un po' quello che gli pare visto che ci sono zone e corridoi "ciechi" (cioè non coperti dai radar). La magistratura chiese all'autorità competenti una mappa del medio e basso Tirreno con la dislocazione delle navi italiane e straniere che si trovavano in quelle zone la sera fatale. Saltò fuori che la Sesta flotta americana era di casa nella zona, in particolare la portaerei Saratoga era ormeggiata a Napoli ma di più non si poté sapere. Sicuramente i radar della Sesta flotta registrarono qualcosa ma non potendo conservare tutto era regola che cancellassero i nastri dopo alcune settimane... Intanto il sostituto procuratore Santacroce insieme ad alcuni tecnici della Commissione Luzzatti portò i nastri radar di Ciampino a Washington dove degli esperti possono decifrarli con cura. Secondo l'ingegnere Macidul un aereo non identificato avrebbe eseguito il Dc-9, poi improvvisamente avrebbe fatto una virata per attraversare in velocità la rotta dell'I-TIGI dopo che questi era già scomparso dal radar: una classica procedura d'attacco di un caccia militare. Ma gli esperti dell'Aeronautica ribatterono che era un falso eco: il radar funzionando male faceva plot inesistenti. Inoltre ribadirono che in quella zona non c'era nessuna esercitazione militare in corso; anzi nel raggio di 50 miglia da dove è caduto il Dc-9 non c'era nessuna attività aerea! Verso mezzogiorno del 18 Luglio una telefonata avvertì i carabinieri di Castelsilano (Crotone): tra due grossi costoni dell'altopiano della Sila, nella provincia di Catanzaro, c'erano i resti di un aereo. Due basi militari particolarmente sorvegliate erano nelle vicinanze e così per cinque chilometri intorno a quel luogo nessun civile poté metterci piede. A 20 metri dalla carcassa di un Mig-23 di nazionalità libica c'era un uomo steso bocconi vestito da pilota; sul caso aveva una scritta in arabo (Ezzeedan Koal), non era il suo nome e mai nessuno capirà il suo reale significato. Intanto il ministero della Difesa pressato dall'opinione pubblica emise un comunicato ufficiale dove si riferiva che era stata ritrovata <<la carcassa di un Mig 23 monoposto di fabbricazione sovietica, sprovvisto di armamento e serbatoi supplementari, in dotazione alle forze libiche>>. Inoltre <<Nella cabina è stato rinvenuto il cadavere di un pilota, di carnagione scura e dell'apparente età di trent'anni>>. Il governo libico tramite l'agenzia di stampa ufficiale “Jana” rispose con un comunicato ufficiale: <<Il nostro pilota era in volo di addestramento e a causa di un improvviso collasso ha perso il controllo dell'aereo, precipitando>>. Il luogo dove era caduto era all'incrocio di ben quattro aerovie militari riservate; curiosamente una di queste, la ‘Delta Wisky 12’, s'incrociava con la ‘Ambra 13’ proprio nel punto ‘Condor’... Il medico che per primo vide il cadavere fece risalire la morte alle 11:30 dello stesso giorno; ma le sue condizioni erano così orribili, anche per l'avanzato stato di decomposizione, che ne consigliò l'immediata sepoltura. La "scatola nera" fu dichiarata difettosa e quindi inutilizzabile; qualche giorno dopo la Procura di Roma dispose l'esumazione della salma sepolta in una tomba anonima nel piccolo cimitero di Castelsilano. L'autopsia si svolse il 23 Luglio e fu affidata ai professori Erasmo Rondanelli, primario di anatomia patologica e Anselmo Zurlo, primario cardiologo, entrambi dell'ospedale civile di Crotone; due veri specialisti, di grande esperienza e nome. Il risultato fu davvero sensazionale: la morte risaliva ad almeno 20 giorni prima! Sulla relazione scrissero <<avanzatissimo stato di decomposizione>>, addirittura <<in fase di colliquazione>>, stadio successivo alla putrefazione che per l'appunto inizia 15-20 giorni dopo la morte. Il 30 Luglio il corpo della vittima e resti del velivolo furono restituiti a tre esperti del governo libico. Il 31 Luglio la Procura di Crotone archiviò l'inchiesta. Solo una contadina della zona riferì di aver udito uno scoppio il 18 Luglio senza però vedere il caccia schiantarsi sul costone della montagna. Invece altri sette parlarono di un <<aereo da guerra>> avvistato nella zona la sera del 27 Giugno! In particolare l'avvocato di Catanzaro, Enrico Brogneri (autore poi di un libro sulla strage di Ustica), dichiarò che quella fatidica sera un caccia sfrecciò a bassissima quota, quasi sfiorando le case, sul cielo di Catanzaro. Angelo Moffini, un fotocompositore di Landriano (Pavia) in vacanza in roulotte con famiglia a Praia a Mare (Cosenza), la sera del 27 Giugno vide un velivolo: «Era come un grande sigaro. Non emanava fumo. Non faceva rumore. Sì, sì era più veloce di un normale aereo. Non aveva alcun colore particolare. Era metallizzato. E poi è scomparso dopo tre quattro minuti». Un ginecologo di Castrolibero (Cosenza), un funzionario statale e un tecnico di una radio cosentina confermarono successivamente al giudice istruttore che la sera del 27 Giugno videro un aereo, che procedeva a bassa quota e senza luci di posizione a ridosso della Sila, "tallonato" da due caccia. Inoltre un caporale dell'esercito, in servizio a Cosenza, dichiarò agli inquirenti di aver piantonato, insieme con altri commilitoni, la carcassa dell'aereo libico e il cadavere del pilota in un periodo antecedente il 18 Luglio. Il militare fece intendere che forse facevano la guardia ai resti del velivolo già dal 28 Giugno! Nessuno indagò a partire da questa importante testimonianza ed inoltre come fece il Mig libico ad arrivare in Calabria dalla Libia (circa 800 km) se non aveva carburante a sufficienza essendo privo di serbatoi supplementari? Inoltre come aveva fatto a "bucare" quello spazio aereo controllato da una decina di radar? L'autorità libiche spiegarono un po' meglio la missione del loro Mig-23: decollo da Bengasi con massimo 400 km di autonomia per un'esercitazione in cui si doveva simulare l'intercettamento di un aereo nemico; questi fungeva da lepre e altri due aerei gli davano la caccia. Quando il pilota ebbe un malore fece in tempo ad inserire il pilota automatico, gli inseguitori non avendo ricevuto risposta lo lasciarono al suo destino. Stop. Ma perchè non erano subito state avvertite l'autorità italiane? e se il Mig fosse precipitato su un centro abitato? davvero l'autonomia era di 400 km? Bengasi è molto più lontana dalla Calabria... Intanto fu ventilata come ipotesi della tragedia il cedimento strutturale: l'aereo era vecchio — 14 anni — aveva avuto una manutenzione scadente e per una turbolenza si era spaccato venendo giù. Secondo un rapporto del Sios (il Servizio segreto dell'Aeronautica) si era staccato il troncone di coda; ma per saperne di più ci voleva la "scatola nera", che però era in fondo al mare... Ma come già scritto, il Dc-9 quel giorno aveva volato su e giù per l'Italia; non erano state segnalate anomalie, era regolarmente revisionate e quella sera non c'erano turbolenze atmosferiche degne di nota. Il comandante Domenico Gatti, oltre ad essere un ingegnere, era un pilota esperto con 7429 e 23' ore di volo all'attivo nell'Aeronautica civile e militare. Anche il copilota, il 32enne Enzo Fontana, in Itavia da tre anni, può vantare 2872 ore e 23' di volo. Se fosse accaduto un cedimento strutturale il pilota avrebbe subito avvisato. Lo Stato maggiore dell'Aeronautica alla fine accettò che non era stato un cedimento, ma neanche un missile: nei tracciati e dati dei radar non c'era niente che lo potesse confermare; inoltre ogni altro tracciato aereo era stato identificato. Sulle colonne dell'“Evening Standard” di Londra del 18 Dicembre 1980 apparve un articolo senza firma in cui forniva una tesi per Ustica: "Una portaerei francese ha lanciato il missile"; secondo il giornale inglese la portaerei doveva esercitarsi nel colpire aerei pilota e radiocomandati. Lo stesso giorno l'avvocato Aldo Davanzali presidente dell'Itavia consegnò al pm un documento in cui dopo aver consultato esperti e tecnici ribadiva la tesi del missile: "un aereo militare in un esercitazione doveva abbattere con un missile aria-aria un RPV (un velivolo di ridotte dimensioni e scarsa velocità); il missile invece di prendere il piccolo bersaglio si orientò sulla fonte di calore più grande, il Dc che per l'appunto passava lì vicino". Davanzali diventò indiziato di reato <<per diffusione di notizie tendenziose>>. Il ministero degli Esteri transalpino smentì sia l'esistenza del fonogramma di Sanvito che nel disastro potesse essere coinvolta una sua portaerei. In quei tempi i francesi avevano anche loro un certo via vai di mezzi navali: vedi le portaerei Foch e la Clemenceau, sopratutto questa spesso si spingeva nel basso Tirreno. Ma dove era quest'ultima la sera di Ustica? Secondo l'autorità di Tolone era rientrata in porto alle 06:30 del 27 Giugno "dopo aver mandato i suoi aerei a terra la sera precedente, di ritorno da una missione". Difficile immaginare una portaerei che per l'intera notte, quella tra il 26 e 27 Giugno, rimane in navigazione senza i suoi caccia... I voli dell'Italvia furono sospesi qualche giorno dopo e il ministro dei Trasporti Rino Formica (che parlando a Montecitorio disse: «Quella del missile resta un'ipotesi più forte delle altre») revocò le concessioni il 22 Gennaio 1981. La compagnia senza più licenza e con i voli bloccati fu chiusa il successivo 31 Luglio: mille dipendenti si trovarono così senza lavoro. La commissione Luzzati finì i suoi lavori nel Marzo 1982: niente cedimento strutturale, l'aereo esplose in volo o per una bomba a bordo oppure a causa di un missile. Nel Gennaio 1984 il sostituto procuratore Santacroce passò l'inchiesta al collega Bucarelli che il 21 Novembre nominò un'altra commissione e ne affidò la presidenza al professore Massimo Blasi. Il 27 Giugno 1986 i parenti delle vittime, che ancora non si erano costituiti in associazione, rivolsero un appello al presidente della Repubblica Cossiga. Questi scrisse una lettera al presidente del Consiglio Craxi invitandolo a far riaprire l'indagini; così il suo sottosegretario Giuliano Amato andò a riferire in Parlamento e riuscì a trovare nelle pieghe del bilancio i dieci miliardi necessari per il recupero dei resti dai fondali del Tirreno. L'incarico fu affidato ad una ditta francese, la nave Neroit perlustrò i fondali e alle coordinate 39°43' nord e 12°55' est (90 miglia a nord di Ustica e 88 miglia sud-est di Ponza) il 2 Giugno 1987 trovò il relitto del Dc-9 che giace/va a 3850 metri. Il sottomarino Nautile iniziò l'immersioni il 10 Giugno 1987; entro il Maggio 1988 la maggior parte di quello che era sul fondo, "sparso" nel raggio di 7 km, era stata recuperata. Comunque nel 1990 una seconda campagna di recupero, affidata ad una ditta inglese, raccolse altri reperti (fra cui la "scatola nera" — riportata in superficie il 19 Luglio 1991 — ed un serbatoio supplementare di un caccia). I resti del Dc-9, circa il 96%, vennero concentrati nell'hangar di Pratica di Mare dove erano conservati quelli del Mig libico. Intanto durante la trasmissione “Telefono giallo” del 06.05.1988 telefonò un anonimo che si dichiarò essere un <<un aviere in servizio a Marsala la sera dell'evento>>; disse: «noi abbiamo esaminato le tracce di dieci minuti di trasmissione di cui parlate... di registrazioni... che non sono state viste. Non è vero. Perchè noi li abbiamo visti perfettamente. Soltanto che il giorno dopo il maresciallo responsabile del servizio ci disse praticamente di farci gli affari nostri [...]», poi riattaccò. Il sostituto procuratore Mario Borsellino aprì un'inchiesta e si fece consegnare il registro dei militari presenti al radar di Marsala quella sera. Secondo l'Aeronautica decine di ufficiali e sottoufficiali del turno di notte o erano fuori dalla stanza o non stavano guardando il radar. Solo uno, il maresciallo Luciano Carico, in servizio con compiti operativi, affermò di aver visto qualcosa: dalle 20:50 alle 20:59 due tracce dall'isola di Ponza scesero insieme e poi una si affievolì fino a scomparire. La commissione Blasi prima (16 Marzo 1989) si espresse a favore di un missile, esploso probabilmente nella parte anteriore dell'aereo. La commissione d'inchiesta governativa del 10 Maggio 1989 propende per l'ipotesi del missile, senza però escludere la bomba; comunque il presunto coinvolgimento dei Mig venne escluso. Con la nuova perizia del 27 Maggio 1990 la commissione Blasi si divise: tre per il missile e due per una bomba esplosa a bordo. Con l'indagini passate nelle mani del giudice istruttore Rosario Priore (Luglio 1990) saltò fuori una novità non da poco: le varie fasi del volo del Dc-9 potevano essere anche dai radar di Poggio Ballone (Grosseto), Poggio Renatico (Ferrara), Potenza Picena (Macerata), Siracusa e Martina Franca (Taranto). Ma nell'ordine: a Poggio Bollone non videro niente e i registri erano stati nel frattempo distrutti, a Potenza Picena idem — nessuna registrazione, nessun registro o nastro, a Poggio Renatico c'era sì un piccolo registro, ma curiosamente mancava proprio la pagina del 27 Giugno (tagliata con una lametta secondo Priore). Il radar di Siracusa era spento ma non doveva esserlo perchè doveva coprire quello di Marsala, fuori uso per l'esercitazione che aveva procurato i due "buchi" nei nastri. Il generale dell'Aeronautica militare Enrico Pinto, coordinatore del Comitato studi per Ustica, ha più volte affermato: «Nell'interno del punto della destrutturazione(?), nel raggio di cinquanta o sessanta miglia, non c'era nessun velivolo [...]». Inoltre saltarono fuori altri particolari di quella sera: due F-104 (uno con a bordo due istruttori e uno con un istruttore ed un allievo) di ritorno da una missione di addestramento stavano sorvolando la Toscana; alle 20:24 incrociarono il Dc-9 sopra Firenze e sembra che videro un aereo non identificato volare sotto la sua fusoliera. Alle 20:26 il primo biposto emise un segnale di allarme generale della Difesa Aerea: stava per iniziare un'operazione di intercettazione chiamata in gergo scramble (l'aereo non identificato sarebbe stato scortato e costretto all'atterraggio sull'aeroporto militare più vicino, quello del Quarto stormo con sede a Grosseto). Alle 20:33 fu ripetuta la procedura d'allerta e poi ancora, infine alle 20:39 gli aerei rientrarono. Nessuno ritenne di chiedere alcuna spiegazione a riguardo; ma sembra che un aviere della base asserì che si trattasse di un F-111 Aardwark, un bombardiere americano ad ala a geometria variabile. L'Aeronautica militare e la Nato non hanno mai chiarito le ragioni di quell'allarme. Sempre da Grosseto fra le 20:18 e le 20:45 decollarono altri quattro F-104 che però spensero subito il trasponder di bordo. Altri aerei militari francesi furono visti decollare dalla Corsica, un aereo militare decollò dalla base di Sigonella un'ora dopo il disastro e un Awaks (un aereo radar american) incrociava sull'Appennino tra la Toscana e le Marche. Tra le pieghe dell'inchiesta spuntarono delle "interessanti" conversazioni (registrate talvolta in automatico) tra torri di controllo, centri radar e comandi militari. In una fra due operatori di Ciampino e Martina Franca si parla di <<traffico americano in zona [dove stava il Dc-9], molto intenso>>, una <<portaerei>>, <<metterci in contatto tramite l'ambasciata americana>>. Alle 20:58 due militari a Marsala davanti al radar ebbero a dire: «Sta' a vedere che quello dietro mette la freccia e passa» e «Quello ha fatto il salto del canguro». Poi ce ne furono altre fra militari a Grosseto alle 22:04 («Qui poi il Governo, quando so' americani... ma tu, che cascasse», «E' scoppiato in volo») e altri due militari a Ciampino alle 22:05 («Io stavo pure ipotizzando una eventuale collisione», «Sì o un'esplosione in volo». Alle 22:39 dal centro radar di Ciampino partì una telefonata verso l'ambasciata americana; ma l'operatore non riuscì a mettersi in contatto. Tutto il personale che partecipò a quelle telefonate venne identificato tramite riconoscimenti e incrocio di informazioni; finalmente fu ammesso che era stata contatta l'ambasciata Usa e che c'era del "traffico americano" (circostanze negate fino al ritrovamento dei nastri). Però in fase di dibattimento tutte queste persone contrastarono in un modo o in un altro il contenuto delle registrazioni o delle loro precedenti deposizioni. Curiosamente la pagina del 27 Giugno dei registri del personale fu strappata e ricopiata in bella copia sulla successiva. Il giudice istruttore per l'inchiesta aveva/ha a disposizione 18 ore di registrazioni, i due nastri radar di Marsala, il nastro di Ciampino, quattro tabulati di Poggio Pallone, le perizie delle commissioni Luzzati e Blasi. Il 31 Agosto 1990 Priore decise di nominare un nuovo collegio peritale guidato dal professore Aurelio Misiti |relazione finale del 23.07.1994| ed affidò un'altra perizia a due esperti, Carlo Casarola e Mandred Held. Secondo questi una <<quasi collisione>> di un aereo militare con il Dc-9 ne provocò la caduta; invece le commissioni nominate dall'Aeronautica si allinearono tutte per l'ipotesi della bomba a bordo. Dato che l'inchiesta sulla strage di Ustica fu condotta in base alle norme del codice di procedura penale antecedente il 1989 il giudice istruttore dovette raccogliere le prove per il processo. Il 31 Agosto 1999 Priore emise una sentenza-ordinanza (la n. 527/84A) contro ignoti dato che non erano/sono note nomi e nazionalità di chi sparò il missile, l'ipotesi ritenuta più probabile. Comunque il giudice istruttore chiese il rinvio dei generali Lamberto Bartolucci, capo di Stato maggiore dell'Aeronautica, Franco Ferri, sottocapo di Stato maggiore dell'Aeronautica, Corrado Melillo, generale di brigata aerea, e Zeno Tascio, capo dei Servizi di informazioni dell'Aeronautica. Per loro il capo d'accusa era quello di alto tradimento, <<per aver impedito, tramite la comunicazione di informazioni errate, l'esercizio delle funzioni del governo>>. Inoltre furono rinviati a giudizio una quarantina di ufficiali e militari dell'Aeronautica per vari reati: falso ideologico, abuso d'ufficio, falsa testimonianza, favoreggiamento, falso, dispersione di documenti. Il 28 Settembre 2000 iniziò il processo presso la terza sezione della Corte di Assise di Roma si aprì nell'aula-bunker di Rebibbia. Dopo ben 272 udienze ed aver ascoltato migliaia di testimoni, periti e consulenti il 30 Aprile 2004 arrivarono le sentenze: assoluzione per i generali Melillo e Tascio <<per aver turbato (e non impedito) le funzioni di governo>>, condanna per i generali Bartolucci e Ferri <<ma, essendo ormai passati più di 15 anni, il reato è caduto in prescrizione>>. Anche per molte imputazioni relative ad altri militari dell'Aeronautica fu dichiarata la prescrizione. Il reato di abuso d'ufficio, invece, non sussisteva più per modifiche successive alla legge. Tutte le parti coinvolte non si sentirono soddisfatte dalla sentenza e così ricorsero in appello. Aldo Davanzali si spense il 25 Maggio 2005 all'ospedale di Loreto all'età di 83 anni; nell'Aprile 2001 chiese allo Stato 1.750 miliardi di lire per danni esistenziali e patrimoniali. La sentenza era prevista per il 2008, ma la causa è ancora in corso. Il processo d'appello si aprì a Roma il 3 Novembre 2005 e si chiuse il successivo 15 Dicembre: assoluzione per Bartolucci e Ferri perchè <<il fatto non sussiste>>. La Procura Generale di Roma propose il ricorso in Cassazione chiedendo l'annullamento della sentenza di secondo grado. Il 10 Gennaio 2007 la prima sezione penale della Corte di Cassazione confermò la sentenza pronunciata dalla corte d'Assise d'appello di Roma. In pratica, è stato appurato che ci fu una battaglia aerea intorno al Dc-9 e che gli imputati non potessero non sapere; inoltre commisero i fatti a loro contestati, ma sono stati assolti perché non sono state raccolte prove sufficienti per condannarli.
LUGLIO
« Sì »
alla domanda del killer "E' lei il signor A.?"
GIORGIO AMBROSOLI (l'eroe borghese)
avvocato civilista {sposato con tre figli}
A. Milano |via Paolo Giovio|, 17.10.1933
W. Milano, 12.07.1979 {morto durante il tragitto dell'ambulanza verso il Policlinico}
tre colpi di .357 Magnum al petto sparati poco dopo la mezzanotte
La Banca d'Italia il 25 Settembre 1974 dichiarò fallita la Banca Privata Italiana (nata dalla fusione della Banca Privata Finanziaria e la Banca Unione che facevano riferimento a Michele Sindona). Il governatore Guido Carli inoltre nominò Giorgio Ambrosoli, avvocato esperto in liquidazioni coatte amministrative, il commissario liquidatore |incarico| della BPI. Giovanbattista Fignon, ex vicepresidente ed ex amministratore delegato della BPI (infatti il CdA era stato "azzerato" da Carli, qualche giorno dopo consegnò la relazione sullo stato della banca. La situazione era fortemente debitoria per le spericolate e gravose operazioni messe in atto da Sindona e i suoi collaboratori; il creditore più importante, il Banco di Roma, non gradì l'opera di pulizia disposta da Fignon |antefatto|. La BPI fu dichiarata fallita il 27 dello stesso mese e Ambrosoli fu nominato Nel corso delle sue indagini emerse che Sindona era implicato nel fallimento della Franklin National Bank, dichiarata insolvente l'08.10.1974; il banchiere siciliano era entrato in possesso del pacchetto di controllo nemmeno due anni prima. Quindi nell'indagine furono coinvolte sia la magistratura italiana che l'FBI. Intanto Sindona aveva ricevuto un ordine d'arresto da parte del giudice istruttore Ovilio Urbisci per "falsità in scritture contabili, false contabili, false comunicazioni e illegale ripartizione degli utili". L'avvocato milanese subì vari tentativi di corruzione a cui fecero presto seguito delle minacce esplicite; ma non mollò: voleva liquidare la banca e far riconoscere le responsabilità penali di Sindona. Nell'Ottobre 1975 riuscì entra nel "cuore" dell'impero sindoniano, ossia la società Fasco. Ambrosoli sciolse il CdA ed iniziò a scoprire i flussi di danaro e le transazioni "sporche" tra le varie società del gruppo. Come in un gioco di scatole cinesi la Fasco conteneva le altre e ne era il "perno": i depositi fiduciari, fatti dalle banche di Sindona su banche estere, venivano poi girati alle società del gruppo. Praticamente un vero e proprio imbroglio alle spalle dei risparmiatori, della collettività, della legge. Sindona reagì denunciandolo alla magistratura e all'Ordine degli avvocati della Banca d'Italia: a suo dire aveva rubato le azioni della finanziaria del gruppo! Proprio a New York — dove dalla suite di un albergo Sindona dirigeva il tutto — venne arrestato l'8 Settembre 1976; pagata una cauzione da ben tre milioni di dollari tornò in libertà in attesa del processo per il fallimento della Franklin National Bank. A fine 1978 Ambrosoli si recò a New York per rendere deposizione giurata davanti al grand jury su quanto da lui appurato. Tra il 28 Dicembre 1978 e il 12 Gennaio 1979 ricevette almeno sette telefonate anonime; così avvertì i magistrati e si fece mettere il telefono sotto controllo. Nell'ultima telefonata la voce anonima gli riferì che sapeva di essere registrato e chiuse la conversazione con un <<non la salvo più!>>. Il 26 Gennaio 1979 l'Italia chiese agli Stati Uniti l'estradizione per Sindona; nel Maggio-Giugno 1979 il capo della Mobile di Palermo Boris Giuliano aveva trovato un libretto al portatore contenente centinaia di milioni a nome del banchiere siciliano. Secondo il poliziotto Sindona "riciclava" i soldi provenienti dal traffico di droga (poi conosciuto come “Pizza Connection”) che le famiglie mafiose tenevano fra gli Stati Uniti e la Sicilia. Verso metà mese, secondo quanto dichiarato dall'avvocato Giuseppe Melzi (legale dei piccoli azionisti delle banche di Sindona), Giuliano incontrò Ambrosoli; invece questo sito cita come data il 7 Luglio. In quell'incontro il curatore fallimentare forse ebbe modo di vedere le prove raccolte. L'8 Luglio i giudici americani che indagavano su Sindona arrivarono a Milano e lo interrogarono. Ormai l'incarico dell'avvocato — che andava avanti da quasi 5 anni — era quasi concluso: il 12 Luglio avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale di fine inchiesta. La sera dell'11 Luglio la passò in casa con gli amici assistendo ad un incontro di boxe. Verso le 23 scesero in strada e Giorgio si offrì di riaccompagnare un amico a casa con l'auto; poco dopo mezzanotte del 12 fu di ritorno. Quando chiuse la portiera dell'auto qualcuno si avvicinò e gli sparò al petto tre colpi di revolver; l'uomo rimase sul marciapiede ancora cosciente. I soccorritori arrivarono subito, Ambrosoli anche se agonizzante riuscì a indicare in <<tre>> il numero dei sicari; inoltre accennò ad un loro accento <<italo-americano>>. Caricato sull'ambulanza spirò durante il tragitto al più vicino ospedale. Al funerale non era presente nessun politico, nessuna autorità di governo, nessun uomo della comunità degli affari milanese; c'erano soltanto il governatore della Banca d'Italia Paolo Baffi e vari magistrati. Boris Giuliano fu ucciso da un sicario della mafia in un bar di Palermo la mattina del 21 Luglio 1979 [vedi link]. Sindona il 13.06.1980 fu condannato a 25 anni di reclusione per il crack della Franklin National Bank da scontare nel Federal Correctional Institution di Otisville (New York). Solo nel Settembre 1981 i magistrati Giuliano Turone e Gherardo Colombo, che indagavano sull'omicidio Ambrosoli e la vicenda Sindona, ottennero da Enrico Cuccia la consegna dei suoi "verbalini". In uno di questi dell'11.04.1979 l'ad di Mediobanca riferiva di un suo incontro a New York con Sindona; come al suo solito aveva annotato tutto e in particolare scrisse che [...] io potevo essere più utile da vivo che da morto, e [S.] aveva quindi fatto sospendere specifiche iniziative nei miei confronti. Invece, S. riteneva di dover assumere la responsabilità morale di far scomparire Ambrosoli, senza lasciare alcuna traccia. Fino allora il riservatissimo romano aveva tenuto i "verbalini" nella cassaforte del suo ufficio in via Filodrammatici. Il 25 Febbraio 1983 il "bravo ragazzo" Henry Hill (proprio quello ritratto da Scorsese in “Quei bravi ragazzi”) fece agli inquirenti americani delle dichiarazioni che si rivelarono poi decisive per l'omicidio Ambrosoli. Il gangster newyorchese dal Luglio 1978 al Dicembre 1979 raccontò di aver frequentato William ‘Bill’ Joseph Aricò, un altro "bravo ragazzo" che era con lui nella "famiglia" di ‘Paul’ Vario e dal 1974 al 1977 compagno di cella nel penitenziario di Lewisburg. Nel Settembre 1978, riferì Hill, Aricò gli aveva riferito di essere stato ingaggiato da Sindona per alcuni "lavoretti" in Italia. Dato che era un "killer di professione", noto anche come ‘Bill lo sterminatore’, aveva bisogno di armi; Hill gli vendette un revolver calibro 44, due revolver 357 Magnum e due Smith & Wesson 38. Nell'estate 1979, di ritorno da uno dei suoi numero viaggi, Aricò aveva raccontato a Hill di aver ucciso a Milano Giorgio Ambrosoli! Così incominciarono i controlli della polizia e venne fuori che il 23.03.1981 era stato fermato al confine tra Stati Uniti e Canada per reato valutario, Aricò viaggiava con un passaporto falso a nome di Robert McGovern e così venne rilasciato non essendo ricercato. Però i doganieri trattennero il passaporto in cui risultarono molti viaggi in Italia fra il '78 e l'81; dall'agenda e altre carte trattenute vennero fuori nome e indirizzo di casa di Enrico Cuccia (uno dei "nemici storici" di Sindona), l'indicazione di tre banche milanesi compresa Mediobanca e alcuni foglietti dell'Hotel Splendido di Milano. Così scattarono anche i controlli da parte della Guardia di Finanza: a Milano Aricò-McGover c'era stato nove volte fra il Novembre 1978 e il Luglio 1979. Curiosamente era nel capoluogo lombardo fra il 15 e 17 Novembre '78 e appunto il 16 qualcuno aveva incendiato la porta di casa di Cuccia. Ma sopratutto era Milano fra l'8 e il 12 Luglio '79... Da ulteriori controlli risultò che William Aricò alle 14:30 dell'11 Luglio aveva noleggiato una Fiat 127; l'utilitaria era stata restituita verso le 8 del 12 ed infine alle 11:45 era partito alla Malpensa per New York. Per noleggiare l'auto il killer aveva utilizzato una carta di credito American Express intestata al suo vero nome; inoltre — particolare non da poco — testimoni oculari di quella notte in via Morozzo della Rocca riferirono che tre persone erano fuggiti su una 127... L'8 Dicembre 1983 mentre stava rapinando una gioielleria a New York Aricò fu arrestato; nelle settimane seguenti fece piena confessione e così furono chiarite le modalità dell'omicidio Ambrosoli: Sindona l'incaricò dell'omicidio e gli diede un anticipo in contanti di 25.000 dollari e 90.000 dollari "a cose fatte" su un conto bancario svizzero. Aricò aspettò per ore sul marciapiede vicino al portone di casa dell'avvocato, lo vide uscire con gli amici (quella sera avevano visto un incontro di boxe alla Tv) e aspettò che riaccompagnasse a casa alcuni di loro. Ambrosoli ritornò poco dopo mezzanotte, parcheggiò, aprì la portiera, si sincerò che fosse chiusa e a quel punto Aricò gli si avvicinò chiedendogli: «E' lei Giorgio Ambrosoli?»; l'avvocato gli rispose di sì e il killer scusandosi gli sparò quattro colpi di pistola. Poi montò sulla auto dove l'aspettavano due complici e se ne andarono. La notte del 19 Febbraio 1984 Aricò tentò una rocambolesca evasione con un altro detenuto, ma finì che precipitò dalla sua cella all'ottavo piano(?) del Metropolitan Correctional Center di Manhattan. Solo due giorni dopo avrebbe dovuto deporre in un'udienza per l'estradizione di Sindona, che comunque fu concessa dal giudice Leo Glasser del tribunale distrettuale di Brooklyn il successivo 4 Maggio. Finalmente il 25 Settembre 1984 Sindona fu estradato in Italia. Il tribunale di Milano con la sentenza del 18 Marzo 1986 condannò l'ex ‘banchiere di Dio’ all'ergastolo come mandante dell'omicidio di Giorgio Ambrosoli. Due giorni dopo quando bevve il primo caffè nella sua cella del carcere di Voghera si sentì male e cadde in coma. Inesplicabilmente nel caffè c'era del cianuro, Sindona morì alle 14:10 del 22 Marzo nel reparto di rianimazione dell'ospedale civile di Voghera senza riprendere conoscenza; aveva 65 anni e non fu mai appurato se fosse stato un avvelenamento o un suicidio.
AGOSTO
« Firmo io
»ai "colleghi" che non volevano firmare 55 ordini di cattura (Procura di Palermo, 09.05.1980)
GAETANO COSTA {sposato con Rita, un figlio}
Procuratore capo della Repubblica
di Palermo {dal 10.07.1978}A. Caltanissetta, 01.03.1916
W. Palermo |marciapiede di via Cavour|, 06.08.1980
{dichiarato morto alle 20:11 dopo l'arrivo in ospedale}
tre proiettili ad espansione sparati da una Smith & Wesson 29 alle 19:23
dissanguamento per ferite definite poi dall'autopsia come <<non mortali>>
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UN'ULTIMA FRASE 2009 |